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Un Dio, un uomo, un amico. Gesù di Nazareth cammina accanto ad ognuno di noi. Oggi come ieri
Un Dio, un uomo, un amico. Gesù di Nazareth cammina accanto ad ognuno di noi. Oggi come ieri

Leggere “Gesù Nazareth. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione” (Roma, Libreria Editrice Vaticana, 2011), il secondo volume che Joseph Ratzinger-Benedetto XVI dedica alla figura del Nazzareno, è come camminare a tremila metri, sulle cime a un passo dalle nuvole, senza provare vertigini. Non si tratta soltanto di un trattato teologico-filosofico di raffinata eleganza e profondità, esaustivo in ogni riferimento concettuale e bibliografico; non è soltanto il documento preziosissimo in cui possiamo trovare, in un momento cruciale della Cristianità, le riflessioni di uno dei Pontefici più acuti della storia Occidentale, come non se ne vedevano dai tempi di Pio II.

Un Dio, un uomo, un amico. Gesù di Nazareth cammina accanto ad ognuno di noi. Oggi come ieri

Questo scritto è anche un’opera dalla chiarezza folgorante, uno di quei testi che, con la semplicità di un ragionare diafano, svela i misteri delle cose essenziali. È un libro che scuote, che nutre, che illumina e fortifica. Il testo segue il primo volume, del 2007, che Papa Ratzinger aveva dedicato a Gesù. In quel primo lavoro, venivano approfonditi la figura e il messaggio di Gesù di Nazareth, seguendone il percorso  dal Battesimo alla trasfigurazione. Ora, a quattro anni di distanza, il Pontefice dà seguito e compimento a quel primo volume, percorrendo le vicende evangeliche che vanno dall’ingresso in Gerusalemme (la “Domenica delle Palme”) sino alla Resurrezione. Siamo, dunque, nel cuore dell’essenza del Cristianesimo, di quel nodo decisivo, togliendo il quale, come leggiamo nella Prima Lettera ai Corinzi “vuota è la nostra fede”.
Quella composta da Ratzinger non è una semplice biografia di Gesù. Né si tratta di una riflessione cristologica squisitamente speculativa. Egli prende le distanze sia da una concezione storicista che da un approccio astratto alla questione. L’operazione di Ratzinger è differente e più profonda – e in questo senso è illuminante. Svolgendo quella che lui definisce una “cristologia dal basso”, il nostro Pontefice mira a incontrare il più autentico “Gesù storico” a partire dai Vangeli. Il suo è dunque un approccio inverso, rispetto a quello che vuole prendere le mosse dai dati storici per verificare la veridicità delle narrazioni evangeliche: le narrazioni evangeliche divengono punto di riferimento per un approfondimento che conduce alla più profonda natura dell’uomo Gesù. Naturalmente, quella che Ratzinger propone (e presuppone) è una concezione della storia non ottusamente materialistica, bensì radicata nell’essenza dell’agire umano. È interessante come egli, nel chiarificare la natura dell’operazione intellettuale portata a termine con la sua ricerca, rimandi alle riflessioni cristologiche della Summa Theologiae di Tommaso (Libro III, quaestiones 27-59): un rimando che potrebbe sorprendere, in quel teologo dal respiro fondamentalmente agostiniano che è Joseph Ratzinger; un rimando che, tuttavia, tradisce un tratto essenziale del suo “Gesù di Nazareth”. Come Tommaso, il Pontefice ha dato vita a un trattato teologico-filosofico che, alla luce dei Vangeli, porta in primo piano i tratti essenziali dell’uomo Gesù e, da questi, l’essenza stessa dell’essere umano. Si tratta, per dirla con le parole dell’Autore, di “uno sguardo sul Gesù dei Vangeli […] nell’ascolto in comunione con i discepoli di Gesù in tutti i tempi, per giungere alla certezza della figura veramente storica di Gesù” (p. 9). In altre parole, Ratzinger, nelle sue pagine, trae dalla esegesi biblica il senso di Gesù nella storia e, da tale senso, osserva la storicità di Gesù quale cifra ermeneutica della presenza umana nel mondo.
Come il primo, anche questo secondo volume è doppiamente firmato, significativamente: “Joseph Ratzinger Benedetto XVI”: a scrivere non è (solo) il Vescovo di Roma, Capo della Chiesa – è anzitutto il credente Joseph; non si tratta dunque, a differenza delle encicliche, di un’opera di magistero. È un’opera di filosofia teologica, aperta e confutabile, in dialogo. E in questa umiltà profonda risiede una caratteristica importante del ragionare ratzingeriano. Il volume, come ho detto, interroga i Vangeli dall’Ingresso in Gerusalemme sino alla Resurrezione. In tale arco spirituale-cronologico si fanno avanti, nelle analisi, le narrazioni fondamentali della vita di Gesù, le quali divengono altrettanti motivi per analizzare questioni teologiche dai profondi e decisivi significati antropologici e metafisici. Troviamo, così, dopo il primo capitolo sull’arrivo a Gerusalemme, il secondo, dedicato al Discorso nel Tempio; il terzo alla Lavanda dei piedi; il quarto alla preghiera sacerdotale; il quinto all’ultima cena; il sesto alla sosta presso il Getsèmani (forse il più bello e commovente dei passaggi dell’opera); il settimo al processo; l’ottavo alla crocifissione e deposizione nel sepolcro; il nono, infine, alla risurrezione. L’aspetto più importante, a mio avviso, nelle vaste e competenti analisi del Pontefice, il cui scrivere è caratterizzato da una diafana passione espositiva, consiste nel rapporto che egli istituisce tra le pagine dei Vangeli e il cuore dell’uomo – un rapporto di cui la vita di Gesù diviene, a un tempo, incarnazione vivente e simbolo sempiterno. Alcuni esempi chiariranno quest’aspetto.
Chiarificando il significato dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, Ratzinger spiega che noi “come pellegrini andiamo verso di Lui; come pellegrino Egli ci viene incontro e ci coinvolge nella sua ascesa verso la croce e la resurrezione, verso la Gerusalemme definitiva che, nella comunione con il Suo Corpo, già si sta sviluppando in questo mondo” (p. 21). La vicenda di Gesù, traslatamente, diviene la nostra – in quanto nostra è la natura che egli assume su di sé, espiandola nella vicenda umana. È un tratto che con grande evidenza traspare nel commento che Ratzinger fa della preghiera sul Monte degli Ulivi: nella quale il”temere” (tetaraktai) di Gesù di fronte alla morte diviene il nostro (come già ebbe a dire Kierkegaard). Nel Vangelo, “Giovanni esprime l’angoscia primordiale della creatura di fronte alla vicinanza della morte” (p.175). Con un rimando non casuale a Pascal (assai citato nel volume), il Pontefice afferma che “possiamo applicare l’avvenimento del Monte degli Ulivi anche a noi: anche il mio peccato era presente in quel calice spaventoso” (p.176). Nel momento davvero fondamentale in cui Gesù confronta e soppesa la sua singola volontà con quella del Padre – e Ratzinger fornisce qui una spiegazione illuminante del perché “Padre” (Abbà) sia il modus con cui il Nazzareno si rivolge a Dio – ci troviamo in realtà di fronte al dramma di ogni singolo, che in sé lotta per permettere e comprendere che un Disegno più grande e trascendente si compia per mezzo di (e non in funzione di) se stesso. Similmente, quando il volume passa a descrivere “l’orrore della passione”, tale orrore diviene orrore in senso umano universale, in forza dell’essere-con (mit-Sein, nell’originale tedesco) proprio essenzialmente della natura cristica. Così, quando Gesù dalla Croce grida “Ho sete”, e gli viene dato aceto, tale “aceto” è il cuore umano: il nostro “cuore acido che non vuole percepire l’amore di Dio” (p. 244); e così, quando Gesù, morente, affida al suo discepolo prediletto l’amata madre Maria, è anche a noi che “sempre di nuovo viene chiesto di accogliere nella personale esistenza Maria come persona e come Chiesa, per adempiere nella nostra vita l’ultima disposizione di Gesù” (p.248). E il grido di abbandono del Nazzareno, all’apice del soffrire nella morte in Croce, è il grido “di tutti gli uomini che soffrono in questo mondo per il nascondimento di Dio. Egli porta davanti al cuore di Dio stesso il grido d’angoscia del mondo tormentato dall’assenza di Dio” (p. 239).
Il Gesù di Ratzinger mostra dunque un ideale, un credo metafisico che riguarda l’essere-uomini. In questo senso, Ratzinger interpreta il “non sanno quello che fanno”, la prima parola di Gesù dalla Croce, come il riconoscimento di una profonda, ultima ignoranza dell’uomo, dalla quale può prendere le mosse una più profonda sapienza del Divino, fondata sul riconoscimento della sua abissale inconoscibilità. Si tratta esattamente del principio che il filosofo rinascimentale Nicola Cusano aveva definito docta ignorantia; per Ratzinger, tramite la sua esegesi, esso giunge a identificare una concezione “aperta” della ragione: non una ragione illuministica, che intenda com-prendere il senso essenziale del tutto; bensì, al contrario, una ragione fondata sulla sua limitatezza: perciò disposta al riconoscimento grato del Mistero insondabile quale sorgente inattingibile dell’essere. È evidente, qui, un tratto caratterizzante il pensiero del teologo Ratzinger e il Pontificato di Benedetto XVI: l’attacco al relativismo smascherato come micidiale nichilismo (nel senso di Nietzsche) del nostro tempo. Emblema antropologico di tale relativismo diviene, nell’esegesi ratzingeriana, Pilato: “il pragmatico”  (p.215) che si chiede “cos’è la verità”, convinto che nessuna verità sia tale, ma tutto riducibile a mera opinio. Il Mondo Moderno, per Ratzinger, è preda di questo fondamentale “Potere” incarnato da Pilato, cui Gesù oppone un “altro” Regno, un’altra “regalità” (basileìa), fondata proprio su una Verità che trascende ogni opinione, perché eterna. È da questa idea di Verità come assoluto trascendente, e da questa concezione di ragione come apertura al Mistero, che Ratzinger prende le mosse per chiarificare, nella parte culminante del lavoro, il paradosso assoluto, ciò che il pensiero – e in massimo grado il pensiero moderno – non può in alcun modo ammettere: la resurrezione di Cristo dalla morte.
La risurrezione – dice Ratzinger – “è un salto ontologico che tocca l’essere come tale” (p. 304). È la “scandalosa” buona novella che i discepoli, da due Millenni, propagano nel mondo, perché la si accolga e la  sia comprenda. Comprendere: questo momento ineliminabile dell’essere cristiani trova nel volume di Papa Ratzinger un altissimo momento di declinazione per ognuno che si accosti a queste pagine colte e accessibilissime a un tempo. Si tratta del comprendere inesauribile che si rivolge al Mistero indecifrabile. Ed è in tale compito, meraviglioso e terribile, che si fa strada la gioia del Cristiano: la gioia di un amore che ci riconosce – come Gesù fuori dal sepolcro – chiamandoci con il nostro nome. Ed è a quel punto – intuendo, nel comprendere, tale gioia – che Cristo, per sempre, fattosi uomo e risorto e assunto alla destra del Padre, ci benedice; benedice il nostro essere uomini, nel momento in cui noi, comprendendo l’intima estraneità del nostro stesso essere, “con Tommaso mettiamo le mani nel costato trafitto di Gesù e professiamo: Mio Signore e Mio Dio! (Gv, 20, 20)” (p. 307).         
 
    

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Data pubblicazione : 12/03/2011 08:56
Scritto da : Cesare Catà
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