Attualità
Leggere? Non leggere? Che leggere?

Leggere o non leggere? Non è questo il problema. Di problemi ve ne sono tanti, e quello del leggere, almeno del leggere come evasione o intrattenimento, non è certo il principale.

Leggere? Non leggere? Che leggere?

Primum vivere, deinde philosophari, recitavano gli antichi. Prima (soprav) vivere, poi applicarsi alle attività culturali.
E qui la parola fatidica è detta: cultura. Esiste un rapporto automatico fra lettura e cultura? Certamente no, e se la cultura è un valore, grandissima parte delle letture oggi proposte opera attivamente contro tale valore.

Potremmo anche dire che queste letture sono pericolosamente dannose.
Ma qui non voglio stilare classifiche o classificare alcunché. Nel rispetto di qualche limite, ognuno è libero di pubblicare quello che vuole, come ognuno è libero di approvvigionarsi alle letture che più gli aggradano. È passato il tempo in cui ritenevo saggio considerare stupido qualcosa. Adesso ritengo stupido atteggiarsi a giudici della stupidità altrui.
Vero è, peraltro, che osservando quanto si scrive e si legge nella rete, o quello che si espone (e si acquista, altrimenti non si esporrebbe) nelle librerie o in altri punti di vendita (edicole, poste, supermercati e altro), si constata un’alleanza da manuale – per restare in tema – fra scaltrezza e cialtroneria, malizia e dabbenaggine. Furbizia di chi pubblica, sprovvedutezza di chi compra (e legge). Fatta la doverosa eccezione, naturalmente, per le letture di vera utilità.
Si può fare qualcosa contro questa alleanza? No, non si può fare niente, per il semplice motivo che chi pubblica (autore ed editore) conosce bene le servitù, i luoghi comuni, le ingenuità, i conformismi, le omologazioni, le suggestionabilità, le credulità, le sregolatezze, le superficialità, il disimpegno mentale, “i desideri da poco” (Maritain), la scarsezza di giudizio critico del potenziale comune lettore, che ovviamente si ritiene scaltrito, e di tutto ciò approfitta come farebbe uno sciacallo o un avvoltoio.
Da parte sua il lettore nulla fa, e nulla desidera fare, per risolversi da tali legacci, dei quali nemmeno si accorge; anzi vi sguazza talmente bene, che tributa altissimi gradimenti, anche editoriali, a quegli autori che più lo ingannano – o che meno fanno per disingannarlo. È questo il vero “dramma” odierno fra scrittura e lettura, e se è vero che i pensieri scritti contribuiscono, in qualche modo, a costruire la società, non c’è proprio da stare allegri.
Ma è proprio tutto così dannatamente alla deriva? Non tutto, o non del tutto, perché c’è ancora la possibilità, sebbene pochissimo praticata, di scoprire i veri auctores (costruttori). Sono quegli scrittori le cui righe abbattono i luoghi comuni e i conformismi, scindono le servitù, contestano le credulità, le viziosità, le superficialità, chiamano all’impegno mentale e ai grandi desideri. Sono i grandi autori, gli immortali, i testimoni della libertà, del presente (rarissimi) o del passato. Qualunque argomento trattino, in qualunque modo lo trattino, dalla loro penna, se sono effettivamente grandi, stillano sempre gli amori o i rimpianti per il bonum, il pulchrum, il verum (il bene e il giusto, la bellezza, la verità).
Anni fa Umberto Eco asserì, in modo forse provocatorio, che basterebbe leggere e rileggere solo dieci opere grandi per farsi una grande conoscenza della grandezza e della miseria dell’uomo e diventare, dunque, dei grandi fruitori della grande cultura: l’Odissea, l’Eneide, la Divina Commedia, il Canzoniere di Petrarca, i Canti di Leopardi, i Promessi Sposi, il Faust di Goethe, i Demoni di Dostoevskij, Musil (L’uomo senza qualità), il Paradiso Perduto (Milton).
Ho citato a memoria, e forse ho tratto un elenco diverso. Esso potrebbe essere allungato fino a raggiungere qualche decina o magari il centinaio di titoli; ma al di là del “nobile castello” dei grandi, vi sono i minori, poi i minuscoli e poi i microscopici. Degni di attenzione, certo, ma di attenzione relativa. “Di fronte a Dante – scrisse Montale – non esistono poeti”.
Umberto Eco è un tipo molto spiritoso e autoironico. Se vi capitasse di incontrarlo a un buffet tra amici in una terrazza di Milano, e, presentandovi, gli diceste con timore reverenziale di aver letto solo Il nome della rosa, e non gli altri suoi volumi (romanzi e saggi), potreste sentirvi rispondere: “Non ti preoccupare, i poemi omerici io li ho letti duemilacinquecento anni dopo la loro pubblicazione!”. Ma, da saggio, non aveva aggiunto il suo romanzo ai libri che fanno grande la lettura.
Anche Montale è (stato) piuttosto grandicello, e se afferma quel che afferma di Dante, v’è da prestargli fede. Il fatto è – come testimonia Leopardi (Zibaldone) – che “hanno questo di proprio le opere di genio, che anche quando rappresentano al vivo la nullità delle cose, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, servono sempre di consolazione, riaccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte, ne rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta”.
Io, dunque, per non sbagliare, essendo un lettore scarso e sprovveduto, e privo di tempo, leggo e rileggo principalmente Dante, il più grande tra gli umani; e se poi volete sapere se mi dedico a qualche altro autore, oltre a Dante, ebbene, nei ritagli di tempo, ogni giorno attualmente mi diletto con qualche pagina di Chesterton. Non passa paragrafo, con lui, che non ci si senta liberati da impervi luoghi comuni, da appiccicosi conformismi o da tenaci mentalità inconsistenti e fallaci.
E una qualche riga voglio porgerla al lettore: è tratta da una sua opera su S. Tommaso d’Aquino. È molto istruttivo meditare oggi su quanto aveva ripensato Chesterton del pensiero di Tommaso: “Accennò anche a una verità che era stata ignorata durante il lungo periodo di fanatismo mercantile, e cioè che la qualità delle cose destinate soltanto alla vendita rischia di essere sempre più scadente di quella delle cose destinate al consumo.
Parte della nostra difficoltà a intendere le sottigliezze del latino viene in luce quando si giunge alla sua affermazione che nel commercio c’è sempre una certa inhonestas. Infatti inhonestas non significa propriamente ‘disonestà’. Significa approssimativamente ‘qualcosa di indegno’ o forse, più precisamente, ‘qualcosa che non sta bene fare’.
E aveva ragione, perché, in senso moderno, commercio significa vendere qualcosa a un prezzo leggermente superiore al suo valore, e gli economisti del XIX secolo non l’avrebbero smentito. Si sarebbero limitati a dire che non aveva senso pratico; e questo è parso giusto finché le loro teorie sono state fonte di benessere. Ma oggi che hanno portato a un fallimento su scala mondiale, le cose sono un po’ diverse”.
Questo scriveva Gilbert K. Chesterton circa ottant’anni fa nel suo Santo Tommaso d’Aquino (ora edito da Lindau, pp. 191-192). Ecco il luogo comune: il mercato è in sé una cosa sana, basta farlo andare – hanno detto gli ‘americananti’ illusi economisti – e porterà la felicità sulla terra; semmai occorre correggerne le deviazioni. Stupidi!, diceva S. Tommaso – e Chesterton riferiva –, il mercato è in sé qualcosa di malato, che bisogna tenere sempre a bada, e con ogni sforzo. Provate a dargli torto, se ne siete capaci. Ah!, se seguissimo questi saggi! Mi consola almeno leggerli. Perché non lo fate anche voi?


 

Letture:1416
Data pubblicazione : 16/07/2012 09:25
Scritto da : Giovanni Zamponi
Commenti dei lettori
1 commenti presenti
  • Carmelo

    29-07-2012 20:37 - #1
    Io avrei sostituito a I Demoni il romanzo di Dostoijeskii :. "I Fratelli Karamazov" che mi appare più "maturo" e completo
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