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La guerra di Obama, ossia il cuore abissale della democrazia. Recensione a “Stato di legittima difesa” di Simone Regazzoni

In un suo noto racconto, Rudyard Kipling descrive una scena, nella cui paradossalità si staglia uno degli stalli della riflessione etica contemporanea – una paradossalità che l’ultimo, spericolato testo di Simone Regazzoni, “Stato di legittima difesa. Obama e la guerra al terrorismo” (Ponte alle Grazie, 120 pp.) prende risolutamente di petto mettendo a tema l’operato in politica estera dell’ultimo presidente degli USA.

La guerra di Obama, ossia il cuore abissale della democrazia. Recensione a “Stato di legittima difesa” di Simone Regazzoni

Nel passaggio del suo scritto, Kipling narra di come, in un piccolo villaggio dell’India (siamo in piena era  della Compagnia delle Indie Orientali), una donna adultera stia sul punto di essere lapidata. Un soldato inglese, avvedutosi di quanto è in procinto di accadere, blocca violentemente l’uomo indiano che sta per prendere a pietrate la donna. L’indigeno obietta che la pratica della lapidazione delle adultere viene operata in India da secoli, a prescindere da chi sia la donna accusata. Il soldato di Sua Maestà fa notare all’Indiano che in Inghilterra c’è un’altra imperitura tradizione che egli intende rispettare: un uomo che ammazza una donna viene impiccato.
Trasposta, mutatis mutandis, nel contesto geopolitico globale e nella inaudita situazione storico-antropologica delineatasi dopo l’11 settembre, la questione posta in gioco dalla “guerra al terrorismo” statunitense è la medesima, ossia: fino a che è punto è legittimo l’uso della forza nei confronti di un nemico assoluto ritenuto tale in base a specifiche coordinate culturali e a contingenze storico-economiche? Non si può non riflettere sull’operato del presidente Obama – e su tutto ciò che esso comporta nei termini di un nostro giudizio sull’epoca contemporanea – dribblando questa domanda.   
Il testo di Simone Regazzoni si immerge in tale stallo etico del pensiero, rifiutando quelle che sono due fondamentali vie di fuga da esso: da un lato, la condanna “à la Michael Moore”, “senza se e senza ma”, nei confronti delle azioni della guerra anti-terroristica di Obama, per un pacifismo astratto e integralista, ingenuo e auto-discolpante; dall’altro, una difesa acritica “a spada tratta” dell’operato statunitense, in forza della conservazione dell’ordine mondiale che si fonda de facto sulla stabilità del sistema americano. Significativamente, Regazzoni stigmatizza queste elusioni del problema: nel primo caso, chiamando alla sbarra i cosiddetti “intellettuali di sinistra”, che hanno trovato nell’azione del primo Presidente afro-americano una sorta di “trauma”: infatti, colui che era stato salutato come il campione dei diritti umani, premio Nobel per la Pace “sulla fiducia”, non ha mutato nella sostanza la politica estera di Bush, ma anzi l’ha proseguita con maggior risolutezza del suo predecessore.
Dall’altro lato – ed è questo il nodo teoretico di grande interesse che il saggio prospetta – Regazzoni tenta di leggere la guerra con categorie nuove, imposte da una situazione senza precedenti: quella del conflitto globale e perpetuo, senza blocchi, che si è aperto con l’attacco alle Torri nel primo settembre del nuovo Millennio. Ecco che dunque questo saggio si propone di “pensare la guerra” (p.15) nel senso proprio della parola.
A mio avviso, non vi è in tale impostazione filosofica dell’Autore un proposito legittimante o giustificativo, sul piano giuridico-morale, della politica estera obamiana (di ciò l’Autore è stato tacciato nel frizzante dibattito che ovviamente il testo ha suscitato); l’Autore cerca, piuttosto,  di osservare un dato culturalmente inconfessabile, vale a dire una sorta di legame strutturale che – oggi – parrebbe porsi tra quella che noi definiamo “Democrazia” (intendendo con questo termine il sistema americano e le sue relazioni con gli Stati europei) e la guerra. Il saggio vuole fare i conti con il monito di Badiou secondo cui “la guerra  è l’orizzonte mondiale della democrazia” (p.43); il che significa – ci piaccia o meno – che la democrazia, per essere globale, implica la guerra. E poiché oggi non è concepibile un sistema democratico se non su scala globale, la democrazia ha strutturalmente a che fare con il ricorso alla forza militare straordinaria. Per questo Obama – in quanto icona democratica par excellence – non può essere pensato nei termini categoriali del pacifismo ingenuo, bensì in quelli di un nuovo senso di legittimità della guerra.
E’ come se l’11 settembre, secondo Regazzoni, avesse palesato un “cuore abissale” del sistema democratico che di fatto abitiamo, mostrando come esso sia insostenibile senza un ricorso a uno stato di difesa militare perpetua nei confronti di nemici ritenuti assoluti. E tale stato di difesa eccede necessariamente il diritto; giacché non è sul piano giuridico che il nemico può essere combattuto, bensì su quello militare, ecco porsi il problema dei diritti dell’Altro ( corrispondenti al diritto dell’Indiano, nel racconto di Kipling).
Secondo Regazzoni, non è possibile fare i conti seriamente con il problema senza prendere in considerazione tale legame; ciò non significa, in ultima analisi, giustificare la guerra al terrorismo come uno stato di difesa “legittima”, quanto invece tentare di comprendere  il significato geopolitico attuale del concetto stesso di democrazia, notando come la guerra al terrorismo sia un dato inseparabile dallo stesso sistema democratico; certamente, sul piano politico, ciò conduce a “riconoscere che le uccisioni mirate con droni o corpi speciali […] non sono altro che l’uso della forza letale di legittima difesa della democrazia a fronte della guerra non convenzionale scatenata dal terrorismo” ( p. 73).
Il saggio, dopo una Premessa iniziale, è suddiviso in due capitoli: un primo capitolo, in cui l’Autore osserva le azioni di Obama e ne riconosce l’intimo legame con la visione del mondo e della democrazia americane; e un secondo capitolo, in cui Regazzoni si sofferma su di un’analisi estetica della trilogia cinematografica che Nolan ha dedicato al mito di Batman, rintracciando in un ficcantissimo parallelismo delle affascinanti (e inquietanti) similarità tra “il cavaliere oscuro” e la politica obamiana, tra Gotham e Manhattan. 
Riconosciamo in ciò il passo che ormai caratterizza il pensiero di Regazzoni: il ricorso a elementi pop per indagare questioni filosofiche da una prospettiva preziosamente alternativa – così come in saggi precedenti quali Sfortunato il paese che non ha eroi o Pornosofia. In ognuno di questi testi, l’approccio di Regazzoni consiste in una sorta di psicanalisi sociale mirante a portare a galla un contenuto rimosso, una “Cosa” in senso lacaniano che viene messa sotto il riflettore del pensiero. Se sull’eroismo ciò aveva significato recuperare una dismisura dell’individuo sulla norma collettiva; e in Pornosofia una centralità del godimento, nel suo saggio su Obama Regazzoni incontra un altro Tabù: la guerra come elemento strutturale del sistema democratico-occidentale. A meno di non liquidarlo attraverso una critica pacifistica astratta, o attraverso in un’ottusa prospettiva interventista, tale Tabù porta a fare i conti con il Totem che esso presuppone: la democrazia come migliore dei sistemi possibili.
Ovviamente, per un tale percorso Regazzoni non può utilizzare (come nei suoi precedenti saggi) sic et simpliciter le categorie della filosofia di Derrida e di Zizek, da cui pure prende le mosse, ma è costretto ad avventurarsi in un territorio, già esplorato da Agamben, nel quale si aggira il fantasma di Carl Schmitt, dell’idea che il potere non può non avere un fondamento teologico. L’abilità di Regazzoni è notevole, perché se da un lato con le sue parole scandalizza ogni intellettuale che abbia a cuore il mantra della “condanna totale di tutte le forme di violazione dei diritti umani da parte delle forze armate americane”, dall’altro delude ogni passionario reazionario che si attende un’apologia dell’Occidente e della sua tradizione contro i “barbari”. Ciò che ne scaturisce è un testo che manda in cortocircuito molti presupposti attraverso cui si è soliti giudicare il mondo – ed è propriamente ciò che ci si attende da un pamphlet di filosofia.
Ma non si pensi al saggio di Regazzoni come a un volume accademico; il lettore avrà piuttosto l’impressione di trovarsi di fronte a un “blockbuster” speculativo, pieno di colpi di scena ed effetti speciali, dietro i quali riconoscere, nella sceneggiatura e nei protagonisti, un ben preciso significato politico-filosofico. Obama, novello Batman chiamato a difendere Gotham-USA, diviene così l’incarnazione dello Zeitgeist, dello spirito del nostro tempo con le sue contraddizioni. Lungi dal condannarlo sotto una tara ideologica, Regazzoni ne osserva l’operato e ne trae brillanti considerazioni fuori da ogni schema, che non potranno lasciare il lettore indifferente. E’ uno dei grandi meriti di questo libro coraggioso, insieme allo stile brillante della sua scrittura, e al “ruolo” del pensatore che esso declina, finalmente non costretto a interpretare la parte di un Savonarola pacifista e complottista, bensì quella di una sorta di Socrate  che, al mercato globale, si guarda intorno per chiedere “ti esti”? “che cos’è questa cosa di cui parlate?”. Che cos’è, oggi, la guerra?
Accanto ai meriti, un saggio del genere presenta ovviamente anche delle fragilità, di ordine teoretico e storico. Teoreticamente, manca un confronto serrato con il neo-conservatorismo di Leo Strauss, ineludibile per l’argomento trattato, e che avrebbe permesso all’Autore di smarcarsi definitivamente dallo spettro ammaliante di Carl Schmitt (cosa che a mio avviso non riesce fino in fondo, posto che questo sia stato un obiettivo di partenza). Storicamente, alcune categorie che vari studiosi hanno recentemente criticato (Franco Cardini tra questi) sono accettate ingenuamente nel discorso filosofico, con conseguenti conclusioni che potrebbero essere contestate: mi riferisco ad esempio all’entità di Al-Qaeda, così come agli USA intesi come un blocco unitario.         
Ma ciò che resta alla fine della lettura del testo è – come l’ombra del mantello di Batman tra i tetti di Gotham – la netta percezione di aver sfiorato un problema terribile che ci appartiene in quanto cittadini della nostra epoca, che non può essere eluso con vecchie tare ideologiche, né con superate categorie filosofiche, e che aveva bisogno si essere ri-pensato per essere davvero discusso.

 

 

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Data pubblicazione : 05/10/2013 09:22
Scritto da : Cesare Catà
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