Attualità
Le ombre della città che non dorme mai

Vivere a New York può sembrare un sogno a occhi aperti, eppure la Grande Mela si rivela essere più complicata e ostica, specialmente per uno straniero, di quello che ci si potesse aspettare.

Iacopo, lentamente, inizia a scoprirlo sulla sua pelle…

 

 

Le ombre della città che non dorme mai
Una Washington Square by night

Potrei iniziare il mio classico post settimanale prendendomela con il meteo, dicendo che qui fa sempre un freddo micidiale, che è Febbraio eppure non sembra, oppure potrei ricordarvi come rischi la salute ogni volta che mi azzardo a mangiare un piatto di pasta, e invece vorrei parlarvi di quanto questa città sia assurda. Completamente fuori dal mondo.

Con le sue luci e, soprattutto, le sue ombre.

A tal punto che New York viene considerata dagli stessi Americani come un pianeta a se stante, che non rappresenta ciò che veramente sono gli Stati Uniti e dove si preferisce andare solo per turismo. Nessuno vorrebbe viverci.

Qualche motivo ci dovrà pur essere…

Prendiamo a esempio il costo della vita: qui un affitto medio può oscillare fra gli 850 $(se si sceglie, senza fare nomi, di vivere in culonia/ Uptown, con un vecchio di 81 anni e le cucarachas/scarafaggi per casa) e i 2000 dollari , addirittura 3000 cucuzze se si vuole trovare una stanza nella zona compresa fra il West Village e il Financial District(in pratica dove sta Wall Street), ma al di là di ciò, la cosa che veramente fa saltare i nervi è l’obbligatorietà della mancia in qualsiasi ristorante, pub o bar della città.

Che poi sia un costume tipicamente americano, ok, ma qui nella Grande Mela possono anche trattarti a pesci in faccia e servirti da schifo, sempre che quel 10% in più sul conto totale va dato, in caso contrario, rischiereste solo di fare una pessima figuraccia.

Io l’ho fatta, tanto per cambiare.

Altra cosa: parlando con un paninaro vicino Times Square, mi chiede i motivi del mio essere giunto a New York e, dopo aver scoperto le personali intenzioni di migliorare l’Inglese, mi fa:

“E tu sei venuto a New York? Ma sei matto, man!!! Qui sono tutti immigrati, io, te, quello laggiù, quell’altro pure. Nessuno sa l’inglese veramente da queste parti e conosco persone che vivono qui da 20 anni e ancora non lo parlano!.

Non imparerai niente stando qua, credimi“.

Della serie: ho fatto proprio la scelta migliore, mi sa….eh si…

D’altronde anche gli stessi New Yorkesi, sono gente strana e nella metro si può incontrare di tutto,  tanto che l’impressione datami da questa città è che non esista nessun altro posto al mondo dove sia altrettanto difficile vivere, essere accettato, entrare nei meccanismi. Dicono ci voglia tempo.

E’ come se fosse una gelatina gommosa, dove più fai di tutto per entrare e più vieni rimbalzato fuori.

In fondo lo stesso Frank Sinatra cantava nella sua celebre canzone “New York, New York”: “ If I can make it there, I'll  make it anywhere” che tradotto sarebbe “ Se posso farcela qui, potrò farcela ovunque”.

Più che una canzone, un monito.

In fondo la stessa metropolitana è una battaglia per la sopravvivenza: niente ascensori o scale mobili, nessuno che ti spieghi niente, 26 linee che si incrociano e ti portano ovunque, a qualsiasi ora, ma basta un attimo per perdersi. Nessun cartello o segnaletica, per capire a quale fermata si è il metodo più efficace è affacciarsi dal vagone e vedere dove ci si trova. Sempre se ci riesci.

Provateci un po’ la mattina nell’orario di punta…

New York, città dalle mille luci e dalle altrettante ombre, tanto da portarti a fine giornata l’umore al livello dei piedi, fino a farti temere che forse questa città non sia proprio quella giusta per te.

E quando pensi che forse sia meglio tornarse a casa, ecco accadere quel piccolo, insignificante evento, che cambia tutto,nella sua particolarità e intrinseca bellezza, e ti porta a cambiare idea: Union Square, sera, sei di fretta per non perdere la metro verso casa, cuffie in testa, quando passi per caso di fronte a un gruppetto di tre ragazzi che ti guardano, ti fermano e tirando fuori di colpo un tamburo, una tromba e un sassofono, incominciano a darci dentro come matti, con te nel mezzo, suonando un rifacimento incredibile e mai ascoltato prima di un pezzo chiamato "Get Busy" di Sean Paul, uno dei tuoi preferiti.

 

 

Rimani incantato.

Allora, ti fermi, togli le cuffie e con un sorriso improvvisamente tornato sulla tua faccia, fra te e te, pensi:

 

"E' proprio vero, questa è la città dove tutto è possibile..."

 

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Data pubblicazione : 14/02/2014 06:25
Scritto da : Iacopo Luzi
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