Attualità
Goodbye Goodbye New York!

Si conclude qui la rubrica "Un fermano a New York". L'ultimo episodio.

Iacopo è pronto per ritornare in Italia.

Eppure salutare la Grande Mela non sembra essere un compito facile. Ci riuscirà oppure no? 

Goodbye Goodbye New York!
Manhattan al tramonto

Cioè, fatemi capire? Sono già passati 3 mesi e mezzo?

No…non è possibile.  Deve esserci un equivoco….un qui quo pro…. Un qua qui quo e pure paperino….no, aspé, non esiste? Va beh, comunque il concetto è quello…

Sul serio è passato tutto questo tempo da quando sono arrivato a New York? E chi se lo aspettava!!

Sembra solo ieri quando, arrivato nel mezzo di una calorosa tormenta di neve, venivo accolto da tiepide temperature sono i -15° e invece siamo già arrivati alla fine di questa mia esperienza di studio a New York. (Sigh, sob, lacrima).

No, basta,  gli uomini duri non piangono! Ad ogni modo siamo giunti al capitolo finale della rubrica “Un Fermano a New York”.

Si ritorna in Italia (per il momento) con la speranza di poter tornare qui il prossimo anno e iscriversi a un college.

Purtroppo non è facile, anzi è proprio dannatamente difficile, perché qui per potersi immatricolare in una qualsiasi università, bisogna compilare mille moduli, mostrare di avere determinate skills( capacità), superare mille scartoffie burocratiche, farsi fare delle lettere di raccomandazioni da duemila persone(pure dal prete e dalla vecchietta dietro casa che garantisce che voi siete un bravo giovanotto….il tutto in lingua angloamericana) e infine dimostrare di saper parlare l’inglese tanto quanto l’italiano. E senza gesticolare….cosa che aiuterebbe e non poco in certe situazioni….

In fondo è questo il motivo per cui ero venuto qua, interrompendo nemmeno dopo un anno la mia carriera da giornalista: imparare l’inglese.

A riguardo di tale intento si potrebbero dire molte cose, tipo che tre mesi non sono stati sufficienti, che questa lingua ha talmente tanti sinonimi, varianti e casi particolari che sarebbe impossibile ricordarseli tutti e che gli americani di sicuro non ti aiutano a migliorare nello speaking, visto che un opossum ammaestrato avrebbe una pronuncia migliore della loro. Invece, tutto sommato: qualcosa ho imparato. Zitto, zitto…..I finally speak English, Denghiù!!!

Ok, al di là delle battute e degli scherzi( quali scherzi?) si conclude questo capitolo della mia vita che sicuramente mi ha insegnato tanto, mi ha dato modo di conoscere moltissime culture nuove, persone provenienti da tutto il mondo, arrivando anche a darmi la possibilità di essere pubblicato sul Corriere della Sera per la prima volta. Se provassi a fare un elenco di tutte le cose, staremmo qui 3 ore, ma tenterò di fare un piccolo riassunto, lasciando scorrere per un’ultima volta il flusso dei ricordi.

Instabile, fragoroso, onesto.

 

[[ Cinesi, coreani, israeliani ex agenti dei servizi segreti, argentini, russi capaci di traccannarsi doppie vodke come fossero decaffeinati, Giapponesi, Chadiani, mancavano i due liocorni ed eravamo tutti!

I mille e uno posti dove mangiare ogni sera, il terrore(plausibile e reale) di avvelenarsi ogni santa volta, le corse in bagno senza entrare nei dettagli, Francesca, Mirco, Eloisa e il loro essere fermani a New York fra tartufi, gallerie d’arte e design di calzature.

I tramonti, una moltitudine di bei tramonti fra i vetri dei grattacieli, le mille sfaccettature di questa città che non dorme mai, dal tombino fumante al paninaro sotto casa, il tutto e subito a qualsiasi ora, il mio coinquilino jazzista Ben e la sua leggenda decaduta, gli scarafaggi dentro casa che facevano cuccù sulla pizza in cucina, il downtown di New York, le mie coinquiline Nancy e Christina, il loro essere una coppia omosessuale con una figlia adottata di nome Chun, il cane Lucy che mi accoglieva tutte le volte dentro casa con duemila abbai , i musei, le metropolitane anche alle 4 di notte(a volte una vera salvezza), il volontariato a Staten Island riparando una casa distrutta dall’uragano Sandy in compagnia di carpentieri irlandesi e improbabili tecniche di stuccamento , il viaggio a Miami, gli aerei a ridosso della spiaggia nell'isola di St.Martin, gli italoamericani, le porzioni supersize, i cibi in scatola, il"se non lo finisco, me lo incarta che me lo pappo a casa?",  il calcetto con una manica di sgherri sudamericani come una possibilità per trovare qualcuno in grado di calciare un pallone senza tagliarsi, gli hot dog di Times Square a lume dei mille neon pubblicitari, la cena asiatica-italiana con il sottoscritto cuoco e unico senza gli occhi a mandorla, il fantasma dell’Opera a Broadway, le bistecche di manzo da un kg alla steakhouse di Peter Lager, il Bronx, l’esplosione di una palazzina ad Harlem e la cronaca direttamente sul posto per tutto il giorno,  l’Empire State Building e i suoi mille colori diversi, la mancanza del Bidè(dio mio quanto mi manca!!)... ]]

 

Tutto e di più. E sicuramente dimentico qualcosa. Sono contento di ritornare in Italia, a Fermo, a casa mia, dalla mia famiglia e i miei amici, incominciare a lavorare alla redazione di Informazione.tv.  Non penso cadrò nella classica depressione post-esperienze all’estero. Non sono il tipo...

In fondo bisogna sempre essere contenti di quello che è stato, no?  Di tutto quello che si è imparato.

Farne tesoro e andare avanti. Che poi, chi lo sa che un giorno ci tornerò sul serio da queste parti, al di là di tutti i sogni e le mezze idee.

In fondo, me lo diceva sempre anche mia nonna, è questo il bello del futuro: può essere tutto quello che vuoi.

 

[Salutando per un'ultima volta il ponte di Brooklyn mentre un taxi mi porta verso l'aeroporto La Guardia, mi è venuta in mente questa frase]

 

“Incontro il mondo tutti i giorni,

è lì, imprevedibile, sembra come mi stesse aspettando.

Al cospetto di tutte le culture, le razze, le tradizioni, i pensieri differenti che si mescolano in un guazzabuglio di vita, ogni volta mi manca il respiro.

E’ come tuffarsi da 10 mt. Rimango senza fiato.

E quando mi riprendo, scopro di aver imparato mille cose nuove, di aver avuto la sfortuna sfacciata di provare delle cose diverse.

E di questo, non puoi che esserne grato, guardando verso i piani alti del cielo o chi per loro per ringraziare.

Perché è solo confrontandosi con il diverso che si impara a conoscere se stessi. Dicono. Chissà?

Un po’ di più. Almeno un po’.”

 

 

"UN FERMANO A NEW YORK"

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Data pubblicazione : 09/05/2014 06:47
Scritto da : Iacopo Luzi
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