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IN PRIMA FILA: Recensione di “Il Diritto di Contare”, la perla ignorata dagli Oscar e sconosciuta al pubblico generale

Torna la rubrica cinematografica di Informazione.tv, curata da Giovanni Robert, che ogni settimana recensirà un film che potrete trovare nei cinema del territorio fermano.

IN PRIMA FILA: Recensione di “Il Diritto di Contare”, la perla ignorata dagli Oscar e sconosciuta al pubblico generale

Si rimane sorpresi sapendo che durante gli anni ’60, nel bel mezzo del braccio di ferro aerospaziale tra l’agenzia spaziale Russa, già forte del lancio dello Sputnik 1 e dello Sputnik 2 e tra la NASA, che scopre il fondamentale contributo di tre incredibili donne di colore, vere e proprie “Hidden Figures” cifre nascoste, essenziali appunto, per risolvere le equazioni di lancio e rientro delle navette aerospaziali Apollo 1 e Apollo 2, senza il cui apporto non sarebbe stato possibile lanciarle in orbita e garantire il rientro sulla terra dei primi astronauti che hanno a tutti gli effetti solcato lo spazio.

Dietro alle enormi fatiche tecnologiche e matematiche della NASA, si nasconde un trio di donne di colore che ha letteralmente guidato nello spazio, i primi viaggiatori. “Il diritto di contare” l’ultima fatica di Theodore Melfi, recentemente uscito nelle sale italiane, è tratto dal romanzo di Margot Lee Shetterley, “The Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race”.

Il titolo originale, appunto “Hidden Figures” ha già di per se un duplice significa: queste tre figure nascoste, cifre essenziali per il calcolo e per l’ottimale riuscita del programma spaziale, sono la matematica Katherine Johnson, l’ingegnera Mary Jackson e la responsabile del settore IBM Dorothy Vaughn, rispettivamente interpretate da Taraji P. Henson, Janelle Monáe e Octavia Spencer, tre donne di colore che vivono all’ombra degli Stati Uniti anni ’60 dove ancora sussistono pesanti tracce della segregazione razziale. Senza un totale riconoscimento di uguali diritti ai cittadini di colore, con, addirittura, una situazione caratterizzata da una divisione dei bagni per la gente di colore, subita essenzialmente dalla protagonista (costretta ad attraversare ogni volta l’intero campus per usufruire dei servizi), silenzi imbarazzanti all’ingresso delle ragazze negli spazi riservati ai ‘bianchi’, l’atteggiamento dialogico di superiorità degli stessi, le caffettiere diversificate per ‘colore”, sono tutte piccole spie che rimandano ad una situazione ben più tragica e oppressiva, sebbene restino ad essa vincolata, senza strabordare. Vi è un netto contrasto con le scene di vita quotidiana e familiare (abbastanza ‘borghesi’) che sottolineano l’umanità delle protagoniste, certo scontata, ma non a quei tempi.

Con questa pellicola il regista riesce a dipingere un ritratto vivido e intenso di uno spaccato di storia americana ai più sconosciuto: le vicende all’interno della struttura della NASA si intersecano con un’atmosfera si scomoda, ma piacevolmente leggera, dove risulta facile e naturale schierarsi al lato delle tre protagoniste, costantemente oggetto di vessazioni ma sempre ostinate e testarde nei loro propositi e nelle loro risoluzioni: una di loro riuscirà a gestire il primo calcolatore IBM, una seconda a diventare la prima donna ad essere ammessa ad un università serale di ingegneria e l’ ultimo a riportare sana a e salva sulla terra la missione dell’Apollo 2.

Una pellicola potente di quella di Theodore Melfi, istruttiva e illuminante, seppure con alcune ombre, proprio come la situazione delle sue protagoniste e delle sue attrici: solo Octavia Spencer è riuscita ad ottenere una nomination agli scorsi Academy Awards, mentre le sue colleghe Taraji P. Henson e Janelle Monáe seppure in grado di scatenare empatia nello spettatore, non riescono a creare quel collante non verificatosi magari tutte le premesse. 

 

 

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Data pubblicazione : 20/03/2017 16:22
Scritto da : Giovanni Robert
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