Economia
L'entusiasmo (e la responsabilità) nel fare bene la banca. Intervista ad Alessandra Vitali Rosati

La complessa situazione del sistema bancario vista dall'Amministratore delegato e Direttore generale della Cassa di Risparmio di Fermo

L'entusiasmo (e la responsabilità) nel fare bene la banca. Intervista ad Alessandra Vitali Rosati

La banca di oggi e la banca di domani. Il rapporto con persone, imprese ed istituzioni. Il senso di responsabilità. L'entusiasmo nel “trasformare il fare in voler fare”.

A poco meno di un mese dalla sua nomina ad Amministratore delegato e Direttore generale della Cassa di Risparmio di Fermo, Alessandra Vitali Rosati, sorridente nonostante i numerosi impegni in agenda, in una piacevole ed informale conversazione nel suo ufficio arriva ad elencare situazioni, problematiche ed opportunità di un sistema, quello bancario, che continua a registrare una fiducia ai minimi storici ma che resta elemento imprescindibile nelle dinamiche non solo economiche di un territorio e di uno Stato.

 

“Nonostante le istituzioni finanziarie vivano un momento buio a causa di vicissitudini, alcune di sistema, altre legate ad incidenti di percorso di colleghi che magari non sono stati all'altezza delle situazioni, sarà importante cercare di dimostrare che la banca ha un ruolo indispensabile e che deve essere in grado di saper prospettare delle soluzioni concrete. Questa è la strada migliore per fare in modo che il sistema ricrei un contesto di fiducia nel ruolo dei bancari”.

 

In un momento del genere, quella che si è assunta è una grande sfida.

“Innanzitutto, ho accettato di assumere questa responsabilità nella Cassa di Risparmio di Fermo e non in una cassa di risparmio qualsiasi. La Cassa di Risparmio di Fermo gode di un'ottima reputazione perchè in tanti anni ha sempre lavorato in funzione del territorio e nei limiti della propria missione. Noi compriamo e vendiamo fiducia, compriamo e vendiamo denaro. E questo è un ruolo molto difficile, che va vissuto con estremo equilibrio e nel rispetto di coefficienti di rischio che sono diventati sempre più stringenti. Il nostro è un ruolo che talvolta può sembrare “antipatico”, però è chiaro che se da una parte dobbiamo dire no ad un impiego è perchè dall'altra dobbiamo tutelare anche gli interessi chi i denari li presta.”

 

Ed è un ruolo particolarmente complesso.

“Il ruolo di una persona come me è meno difficile nel momento in cui si entra in una realtà che ha rispettato non solo le regole, ma ha operato nell'interesse del territorio. Qui non ci sono state situazioni simili a quelle a cui abbiamo assistito altrove. Le eventuali difficoltà sono riconducibili, comunque, ad un sistema che sta velocemente cambiando pelle e sta facendo i conti con regole e norme che cambiano. Quindi, da una parte noi abbiamo la responsabilità di fare bene la banca, dall'altra quella di essere all'altezza dei cambiamenti che ci vengono richiesti. Quando si pensa a questi cambiamenti secondo me bisogna avere il coraggio di guardare oltre l'ostacolo e vedere perchè ci vengono chiesti, altrimenti li subiamo e non diventiamo attori.

La responsabilità di un capo come me è di mettere le persone in grado di capire il perchè siamo chiamati a questo cambiamento e di come agire. Se invece subiamo le nuove regole, si entra in un contesto troppo riflessivo, di negatività. Io voglio guardare positivamente e la prima cosa positiva è che questa è la Cassa di Risparmio di Fermo. L'altro giorno un collega mi ha detto: 'Noi non siamo una banca, noi siamo la Banca'. E quando noi saremo in grado di dirlo ovunque, consapevoli di aver agito in questo senso, potremmo dire di aver fatto bene il nostro lavoro.

Quando si valuta un’impresa, si valuta la sua capacità di agire il cambiamento nella giusta direzione. Ovviamente anche la banca è un’impresa e come tale deve essere in grado di mutare, perchè alla fine il cambio di paradigma interessa tutti ed interessa soprattutto la persona, che non deve sentirsi a latere ma al centro. E' vero per l'impresa, è vero per la banca. Quindi, la mia prima responsabilità è quella di portare a bordo tutte le persone nella comprensione del perchè e come bisogna cambiare.”

 

In questo emerge, appunto, un elemento di forza della Carifermo: il rapporto con il territorio. Il suo predecessore ha più volte battuto i pugni sul tavolo, non solo metaforicamente, nel far comprendere come il rapporto tra i vari attori dovesse diventare ancora più profondo, che non esistevano comparti isolati ma che fosse fondamentale camminare insieme. E immagino che questa sia anche la sua direzione.

“Assolutamente sì. Io credo che nessuno possa andare da solo e nessuno possa pensare di agire il cambiamento da solo. Occorre rafforzare la “rete”, ma deve essere una rete che parte dall'intenzione di ciascuno di farla. Non ci può essere un'intenzione comune se non c'è un obiettivo comune. Ci sono due livelli: uno è quello della vita delle persone, l'altro è il livello del cambiamento. C'è chi il passo riesce a farlo perchè ha energia e strumenti a sufficienza, e chi non riesce a farlo. La responsabilità delle istituzioni, anche della Cassa di Risparmio, è quella di fare in modo che si uniscano i due livelli, diventando uno unico che deve, attraverso la rete, cercare di superare piccole difficoltà individuali.

Credo soprattutto che per le piccole imprese sia importante avere interlocutori che incoraggino il cambiamento e un po' più il dialogo tra imprenditori. Se ciascuno nelle piccole realtà prende una propria strada la fatica è tripla e può rivelarsi anche inutile. Credo, invece, che questa sia la grande sfida: far convergere le energie e far trovare un interesse comune nel lavorare insieme, piccole imprese ma anche tutte le realtà del territorio. La parola “insieme”, a volte utilizzata in maniera retorica, in questo caso è usata concretamente ed è necessaria.

La scorsa settimana ho partecipato alla Giornata dell'Economia organizzata dalla Camera di Commercio e, tra i vari interventi, mi è piaciuta la lettura della situazione fatta dal professor Cesare Catà, che ha individuato nella difficoltà di comunicare uno dei problemi che la nostra regione ha nell'affermarsi.”

 

E proprio sull'importanza della comunicazione volevo fermarmi a riflettere. Partendo dal lavoro fino a qui fatto, come e dove si può migliorare?

“Noi abbiamo 381 persone e uno dei miei obiettivi è fare in modo che ciascuna di queste 381 sappia comunicare efficacemente con tutte le persone con le quali interagisce. Questo potrebbe essere un ottimo volano per promuovere non solo l'immagine - che è una cosa importante ma è una conseguenza - ma soprattutto il nostro messaggio. E questo è: facciamo bene la banca. Quando ci occupiamo del risparmio del nostro cliente siamo in prima persona responsabili nei suoi confronti. Se curiamo un affidamento, lo facciamo in maniera tale che il cliente si trovi a suo agio nel gestire l'operazione e senza sorprese. Per anni si è parlato di trasparenza in maniera molto vaga, ma agisco in modo trasparente nel momento in cui faccio in modo che il cliente riceva ciò di cui ha veramente bisogno e al prezzo giusto.

 

L'esposizione mediatica delle banche in termini di investimenti pubblicitari è aumentata, quasi in maniera proporzionale alla loro caduta di fiducia. E per recuperare questo gap diventa sempre più cruciale il lavoro dei dipendenti e dei collaboratori della struttura.

“Noi abbiamo un elevato numero di relazioni e ogni giorno ognuno di noi ha la possibilità di avere più contatti con queste persone, attraverso una serie di canali diversificati. Il primo obiettivo è, comunque, di avere contezza del come attraverso questi canali noi raggiungiamo i nostri clienti e se c'è un omogeneità di messaggio. La banca di domani non è una banca senza persone, ma una banca in cui la persona diventa regista dei vari canali, incoraggiando il proprio cliente, interagendo con lui per verificare se le cose stanno andando bene, se le scelte sono giuste.

Ci sono interi settori della consulenza che non potranno essere completamente delegati ai canali informatici. E sarà sempre una persona, la sua intelligenza ed il suo cuore, ad essere responsabili della qualità della relazione. La complessità dell’intelligenza complessa dell’uomo non sarà mai superata da quella artificiale.”

 

Parliamo di riforme che toccano da vicino una realtà come la vostra, sia quelle già poste in essere, sia quelle annunciate. Di cosa ha realmente bisogno questo Paese per entrare in una fase nuova?

“Che la classe dirigente si assuma veramente la responsabilità, che vengano definiti dei percorsi chiari e che le decisioni vengano prese sempre in un'ottica di comprensione. Ho notato che negli ultimi anni alcune cose sono accadute a prescindere dalla nostra volontà, perchè le persone che erano nella condizione di prendere decisioni non le hanno prese in maniera consapevole. La nostra responsabilità è fare in modo che le persone che vengono messe in certe posizioni siano in grado di comprendere e di decidere sulla base dei veri interessi del nostro Paese.”

 

E questo può fare quella differenza che, oggi, non riusciamo ancora a percepire.

“Recenti accadimenti sembrano essere caduti dal cielo. Ci si è resi conto che alcune decisioni siano state oggetto di un processo decisionale di cui alcuni nostri rappresentanti probabilmente non erano del tutto consapevoli. Talvolta assistiamo a cose che ci lasciano perplessi e che creano disaffezione nei confronti della istituzioni.”

 

Un vizio atavico, che purtroppo continuiamo ad alimentare.

“Credo che bisogna chiedere alle persone di essere pienamente responsabili del ruolo che si ricopre ed essere consapevoli che determinate posizioni richiedono non solo competenze ma anche la determinazione di mettersi in gioco. E poi… un po’ di entusiasmo! Un capo deve non solo avere energie ma anche saperle trasmettere. Cos’è la motivazione? Mettere le persone nella condizione non solo di fare ma di decidere di fare. Trasformare il fare in voler fare.”

 

Quindi, la scelta di accettare un simile ruolo è legata anche a questa molla.

“Sì. Sono chiaramente consapevole della complessità del contesto. Credo molto nell’azienda che sa attuare le proprie strategie attraverso la valorizzazione delle energie individuali. La somma dell’energia delle persone di un’azienda si trasforma in una forte componente di sviluppo, consentendo il raggiungimento anche dei traguardi che sembrano impossibili.”

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Data pubblicazione : 31/05/2016 14:22
Scritto da : Andrea Braconi
Commenti dei lettori
1 commenti presenti
  • Alessandro C.

    01-06-2016 11:09 - #1
    La Dott.ssa Vitali Rosati parla molto bene e quanto dice è apprezzabilissimo. Il suo punto di vista sembra rappresentare l'ideale per una banca come la Cassa di Risparmio di Fermo. Il problema è che si tratta di una banca che ha come vertici gli stessi soggetti da sempre ed è ancorata a dinamiche decisionali che non sono mai cambiante! Una banca che non si rinnova in termini di risorse umane (e quando lo fa non usa i criteri classici di selezione!?) e che è ancorata allo stile delle banche degli anni oramai trascorsi. Cambi di dirigenza sono apprezzabili e la gestione oculata è un punto di forza, ma perché si arrivi ad essere un modello di piccola banca si dovrà cambiare passo attraverso una destrutturazione e l'assunzione di persone che non stiano chiuse dentro le filiali. Oramai, la banca che si vuole distinguere dalle più grandi deve assumere persone che conoscono il territorio e sappiano scommettere sulle aziende (pochissime) che vorranno crescere nell'area che permette alla CariFermo di avere un fatturato. Con affetto e stima per la Dott.ssa Vitali Rosati. Le auguro il meglio.
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