Sanità
L’uomo non è nato per soffrire, ma è nato per la felicità

In questi giorni caldissimi, come molti altri pazienti e familiari, sono in ospedale con mio marito, ricoverato presso il nosocomio di Fermo; volutamente ometto il reparto perché ciò che descrivo accade praticamente ovunque: mi riferisco all’angoscia del disorientamento dei pazienti, maggiormente anziani, che soprattutto di notte e con particolari condizioni, arriva a coinvolgere tutto un reparto complicando il normale scorrere del delicato iter di cura post acuzie.
Il disorientamento, la confusione, la percezione alterata, con l’angoscia che ne scaturiscono, sono condizioni assolutamente normali soprattutto in seguito ad eventi traumatici: quello che non è normale, invece è l’assenza di soluzioni medico assistenziali per questo dolore straziante.

L’uomo non è nato per soffrire, ma è nato per la felicità

La legge 38/2010 sulle cure palliative, infatti, viene troppo spesso interpretata come strumento esclusivo del fine vita: gli oncologi palliativisti ci insegnano che tali cure invece, iniziano al momento della diagnosi; direi, anzi, che la stessa comunicazione della diagnosi richiede una forte dose di “palliativismo” nel senso più proprio del termine: “mantello, abbraccio, prendersi cura, tanto che nelle finalità della stessa si legge che “2. È tutelato e garantito, in particolare, l'accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore da parte del malato, … nell'ambito dei livelli essenziali di assistenza … al fine di assicurare il rispetto della dignità e dell'autonomia della persona umana, il bisogno di salute, l'equità nell'accesso all'assistenza, la qualità delle cure e la loro appropriatezza riguardo alle specifiche esigenze… “
In una recente ricerca sul grado di umanizzazione degli Ospedali promossa da AGENAS (Agenzia Nazionale Sanità) e condotta anche qui a Fermo, a proposito del dolore percepito dal paziente, doveva essere rilevata la presenza in cartella clinica della scheda di valutazione del dolore ma non di quali strumenti vengono adottati per contenerlo o meglio annullarlo e nulla si diceva per quel che riguarda il dolore “non fisico”.
Nonostante le ricche ed argomentate riflessioni prodotte dal movimento palliativista, infatti, non è ancora equiparato il dolore dell’anima a quello del corpo per cui quella anziana signora che da giorni urla disperata per ogni esigenza, o quell’anziano signore che chiede continuamente di andare in ospedale, dalla stanza accanto alla nostra, possono solo essere sedati ma la loro angoscia non viene curata come se non avesse il diritto alla presa in carico, perché può solo essere controllata, contenuta, o peggio ancora sopportata e spesso derisa dai più.
Tale inadeguatezza normativa (forse anche scientifica, sicuramente culturale) infine, costituisce un iniquo ed assurdo carico di lavoro per il personale già sottoposto ad un compito faticoso e malpagato.
Mi piacerebbe molto che il senso di impotenza e la compassione che mi hanno accompagnato nei giorni e nelle notti di questa calda estate, servissero a sollecitare una riflessione della Dirigenza ASUR nei vari livelli medico e paramedico, magari a partire da una ricognizione su come viene affrontata la questione in altre sedi ospedaliere così da aprire un tavolo di confronto tra tutte le specialità mediche anche con la rete delle Associazioni per le Cure Palliative, con le parti sociali, col Volontariato che presta servizio nei presidi ospedalieri e del territorio…in sintesi: smettiamo di far finta di niente e poniamo il problema! Occorre riconoscere che la presa in carico di pazienti anziani nelle fasi acute è un vero problema, oserei dire una emergenza che non può essere delegata alla buona volontà degli operatori medici e paramedici, e necessita di procedure e coinvolgimento dei vari soggetti coinvolti a partire dai diritti doveri dei familiari dei pazienti.
E a proposito di familiari: non ho mai avuto il piacere di vederne alcuno accanto alla poverina…saranno certamente molto impegnati…tanto da non poter nemmeno portare conforto alla propria congiunta…

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Data pubblicazione : 22/07/2015 10:32
Scritto da : Laura Stopponi, Lega SPI CGIL Fermo
Commenti dei lettori
2 commenti presenti
  • la politica fa soffrire la gente

    22-07-2015 12:53 - #2
    e la gente purtroppo continua a votare lobbys e potentati che servono solo a produrre guadagni e coltivare interessi a discapito della cittadinanza che paga loro lauti stipendi.. vergogna! le lobby dei medici che si aggregano alle varie correnti per fare carriera e negano i diritti alla salute come nel caso dell'aborto e degli astensionisti.. vergogna!
  • 1 medico

    22-07-2015 11:10 - #1
    Gentile Laura, tutte parole vere e che possono essere sottoscritte da tutto il personale sanitario. Ciò che mi lascia sgomento è che provenga da Lei, area CGIL, che dovrebbe sapere che le condizioni attuali dell'ospedale di fermo sono dovute ad errori ed omissioni da parte di ancona, e che tutto è di responsabilità del PD, al governo di questa regione da decenni, ed al quale il suo sindacato è da sempre alleato. Ora, visto che la sanità non dovrebbe avere colore politico, (nemmeno in lombardia dove comanda CL tanto per capirci che per me la sanità deve essere gratuita, per tutti e con i partiti politici fuori dalla porta), le scelte in ambito sanitario, dal personale necessario, alla dirigenza dei reparti, deve essere scelto sulla base del rispetto della salute, anche a scapito di protocolli volti a tagliare posti letto, durata delle degenze, riduzione del personale e via dicendo. Fino a quando avremo la politica dentro gli ospedali, le scelte saranno solo "politiche", e tutto quello auspicato da lei si può solo auspicarlo in comportamenti individuali portati avanti con grande difficoltà. Le faccio l'ultimo esempio: io non riesco a prendermela con il personale del pronto soccorso che troppo spesso appare "sgarbato" verso gli utenti: è in numero inferiore a quello indispensabile (anche se le posizioni apicali lo smentiscono per le questioni di cui ho parlato) e molti pazienti che si rivolgono ad esso, potrebbero essere gestiti da guardia medica o medici di base.
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