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"Essere donna": quando è la vagina a parlare. Foto e video IN ESCLUSIVA dello spettacolo che porta in scena la complessità di essere donna oggi

Che succederebbe se, a parlare di donne, fosse proprio la loro vagina? Chi meglio di lei potrebbe rappresentarne l’ironia, la forza, quella condizione sempre in bilico tra faticosi passi in avanti e un retaggio cultura difficile da vincere? E’ lei che Eve Ensler ha reso protagonista di un testo teatrale portato a Broadway nel 1996 per denunciare, con ironia pungente, uno status quo allarmante. Ed è ancora a lei che I Dilettanti di Città di Rapagnano cedono la parola nello spettacolo “Essere donna”, in scena alle 17:30 al teatro comunale di Monte San Pietrangeli. Lei, la vagina, con le sue verità e la sua storia, protagonista di una pièce che vuol essere uno squarcio di lucidità ironica su una condizione su cui, molto spesso, ridere è difficile ma di cui è necessario parlare. Perché tra convenzioni sociali, cliché, luoghi comuni e cieca violenza essere donna è molto più complesso di quel che appare. Parola di vagina. 

Foto di gruppo per il cast e la regista di "Essere donna"

Per ogni donna che incontriamo ogni giorno, alla luce del sole, ce ne sono altre mille nascoste. Ci sono le donne forti, le mamme organizzate, le inarrestabili manager in carriera. E poi, ci sono le donne che ironizzano sulle imposizioni sociali e ridono del modo in cui il mondo vuole vederle; ci sono le donne che elaborano lutti vissuti da giovani di cui portano le cicatrici da mature; donne che vivono imprigionate nel corpo di uomo. E ci sono donne la cui vita è stata spezzata da un vortice di violenza cieca, bieca, irragionevole. Appaiono tutte in fila, l’una vicino all’altra, sul palcoscenico di “Essere donna”, lo spettacolo allestito dalla compagnia I Dilettanti di Città di Rapagnano e in scena alle 17:30 al teatro comunale di Monte San Pietrangeli, alle cui prove Informazione.tv ha assistito in esclusiva

Vestite di scuro - con addosso le parrucche a caschetto nere come la pece a testimoniare una condizione che rende ogni femmina uguale all’altra e papabile vittima di un identico destino - le donne dei Monologhi della Vagina svettano sul palco a raccontare un mondo vario, ognuna dando voce a un personaggio diverso attraverso monologhi che, con i toni ironici della donna stanca delle convenzioni sociali o con la potenza delle parole delle storie di vita andate storte, sanno denunciare ma con ironia, col garbo di quelle scene che vogliono far sorridere riflettendo e far riflettere ridendo

 

 "Il Femminicidio", una delle scene in esclusiva dello spettacolo "Essere donna"

 

Col sorriso amaro in bocca, la sfilata in rosa è servita. C’è la combattiva, l’ansiosa, l’anziana, la pazza, la donna imprigionata nel corpo dell’uomo e quella che punta il dito e costringe a riflettere. Sotto le parrucche - e dietro alle maschere di queste donne speciali - ci sono cinque attrici e un attore, coordinati dalla regia di Stefania Di Stefano che, partendo dal testo della statunitense Ensler, ha elaborato a quattro mani con Fabio D’Agostino il copione di uno spettacolo corale fatto di tanti squarci di consapevolezza.

Sonia Vallesi, Monia Mazzoni, Federica Silenzi, Valentina Illuminati, Maria Tomassetti e Luca Mezzabotta - intervallati dalle incursioni musicali della chitarra di Denni Trapè - fanno così vivere sulla scena le “loro” donne, con le storie passate lasciate alle spalle e le prospettive future davanti, sullo sfondo di un mondo in cui “violenza”, “vittima” e “femminicidio” sono, drammaticamente, parole sempre più rosa, macchinate però di un sangue sempre più colpevole e ingiusto. Per una carrellata di volti, monologhi ed emozioni che è una finestra spalancata su un universo tanto policromo quanto fatto di ferro e cristallo.

 

 

“Quando ho preso in mano il libro di Ensler ho pensato che avrei dovuto portarlo immediatamente in teatro” - confessa Stefania Di Stefano, la regista - “I monologhi e le scene corali che si rincorrono nelle sue pagine - e che portiamo in palcoscenico - sono un’accusa tanto forte quanto velata, ironica, al mondo di oggi. È ambizioso, lo ammetto, ma l’idea alla base dello spettacolo è quella di contrastare i cliché che ancora oggi minano la vita delle donne - combattendo, però, questa battaglia con in mano l’arma della risata, della lettura ironica. Perché si può far riflettere ridendo e il nostro obiettivo è quello di fare in modo che lo spettatore si alzi dalla sedia sorridendo, anche se con stampato in viso un sorriso amaro, consapevole, lucido. Non sempre è necessario che la denuncia sfoci in tragedia: noi vogliamo che si trasformi in risata e, così sublimata, abbia la forza di rimanere addosso, impressa” - chiude. 

 

 

È così, allora, che i cinque monologhi si alternano alle scene corali, in un vortice ininterrotto di emozioni che richiamano quello che, ogni donna, vive e attraversa in vita. “Sfogliando il libro ho pensato che sarebbe stato bello portare davanti agli occhi di tutti donne diverse, latrici di pezzi di vita - e testimonianze - differenti” - sottolinea Di Stefano - “È partita così una ricerca che va aldilà dei personaggi da teatro e delle sue macchiette. Quelle in scena sono donne vere, che hanno sofferto o che, semplicemente, sono stanche del sistema. C’è l’ansiosa, vittima dei desideri sessuali del marito e dei suoi gusti; c’è la donna anziana che non ha mai elaborato un trauma giovanile legato alla sua sessualità ed è stata costretta dalla malattia a dire presto addio a utero e ovaie. C’è la madre giudicata inadeguata dal sistema, che compie il gesto estremo del suicidio-omicidio per lasciarsi alle spalle il mondo di burocrati che la tiene lontana dal figlio e c’è la donna imprigionata nel corpo di un uomo, con tutto il travaglio dell’uscire allo scoperto, al cospetto di un universo che la considera una straniera, un’estranea. E poi c’è la combattiva, quella che dà voce a una vagina stanca di tanga, speculum e tamponi di ogni sorta e che vuole solo vivere la sua vita per quello che è, lontana dai bisogni dettati dal marketing e dal consumismo, vicina alla donna che punta il dito e vuole solo fra riflettere, rivolgendosi direttamente a quegli uomini che sanno solo perpetrare odio e violenza. E, su tutto, ci sono le scene corali: quella drammatica del femminicidio - in cui, con freddezza chirurgica, vengono elencate cifre, casi e statistiche - e quella in cui a parlare è lei, la vagina, con tutti i nomignoli che millenni di storia le hanno affibbiato. Senza, però, darle anche la possibilità di riscattarsi e dimostrare davvero di cosa sia fatta.”

 

Per questo, ora, parlare è lei. Lei, la vagina. Su un palcoscenico così come nella vita di tutti i giorni; ironicamente e con delicatezza ma anche con sincerità e realismo. Senza fronzoli o, meglio, senza peli sulla lingua. Perché, dice l’ansiosa, i peli hanno la loro funzione e se qualcuno li ha creati a qualcosa servono. Ma non ora, non qui, non adesso. Non adesso che a parlare è la vagina e la verità mascherata degli uomini non serve. 

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