cultura
Viva i campanili! E per primo Smerillo! Nota a margine di una manifestazione culturale

Oggi (è il 28 luglio, ndr) non torno a casa per pranzo, mi accontento di qualche pausa di solarità meridiana catturata qua e là. 

 

Viva i campanili! E per primo Smerillo! Nota a margine di una manifestazione culturale

Allungo i passi del lavoro, e di primo pomeriggio parto per Smerillo. Qualche caviglia di troppo, una certa ritrosia per le escursioni, il venerdì pomeriggio impedito dal lavoro, finora ho mancato troppi appuntamenti del festival Le Parole della Montagna, il raduno di idee e di emozioni che l’aggraziata Simonetta Paradisi dispensa ai suoi seguaci da qualche anno.

Ormai si è alla terza edizione, e si può dire che l’evento, che ebbe come ideale scaturigine La filosofia della montagna, un bel volume di Francesco Tomatis, ha una fisionomia riconoscibile e una marcia stabilizzata.
So che ci saranno Alessandro Catà, un artista della parola investito dalla luce, e Cesare Catà, il suo illustre nipote. Di Alessandro ho sfogliato qualche verso e qualche considerazione sulla misteriosa sorella che ci accompagna sempre, ma che non vediamo mai. Provate a pensare: chi ha mai visto la luce? Nessuno, eppure è là, “visibilissima”. Che sia una traccia della veste di Dio? Io ne sono persuaso.
Cesare, dal canto suo, è attratto dal mistero, e più il mistero è misterioso, meglio è. Se ne interessa da filosofo, e lui è un grande filosofo. Ma ancor più, secondo me, se ne interessa con quello sguardo tra il disincanto e l’incanto che caratterizza i migliori occhi di quegli uomini migliori che hanno conservato in fondo alle pupille un che di anteriore. Anteriore a che? Non lo so, ma anteriore. Io so che lui crede alle fate, e gli chiederò se è vero. Ma poi nel suo ultimo libro dalle fate un po’ si smarca, tirando in campo l’inconscio. Eppure io avrei preferito le fate.
Ci sarà Marco Guzzi, già conosciuto a Smerillo qualche anno fa. Fosse vissuto ai tempi biblici, sarebbe stato un Geremia o un Isaia. Leggerà di altitudini e bassezze, conforterà gli animi persi nella selva oscura della globalizzazione economica, vittime delle tre belve, e soprattutto della lupa: “Maledetta sie tu, antica lupa, / che più di tutte l’altre bestie hai preda, / per la tua fame sanza fine cupa!” (Dante, Purg. XX).
Mentre guido, passando per le alberatissime strade interne, assesto un colpo di stizza, ma leggero, allo sterzo. Ma come hanno potuto pensare una follia simile? La globalizzazione economica! Ma nessuno si è reso conto che sarebbe stato come liberalizzare l’ingresso delle volpi nei pollai o dei lupi nei recinti delle greggi? Nessuno si è reso conto che si sarebbero sbilanciate e azzerate, sfasciate, buone e fiorenti economie in cambio di niente? Nessuno ha avvertito che truffe, sfruttamenti, vortici speculativi, sarebbero esplosi come vulcani e tsunami? Nessuno ha previsto la liquefazione della società e la dissoluzione di tutti i valori? Ma si può essere più folli? Si possono ben comprendere sfruttatori, schiavisti, speculatori, e anche politici, e immaginarli mentre si fregano le mani, pur di mandare il mondo alla malora. Ma tanti saggi e asettici economisti, massimamente razionali tra i loro libri, i loro grafici e le loro proiezioni, freddi e precisi, senza emozioni, e tutti quelli che ci hanno decantato la nuova economia della competizione (homo homini lupus, mors tua vita mea)… Dio mio come si fa? Perché non si sono opposti con tutte le forze e in tutte le sedi? Che pure sopra di essi abbia aleggiato la nube caliginosa di una follia lucida, dogmatica, succuba, conformista, condiscendente, impenetrabile? Ho superato già Santa Vittoria, quando mi ritorna in mente una frase di Chesterton: “Pazzo non è colui che ha perduto la ragione, ma quello che ha perduto tutto meno che la ragione”.
Tra questi pensieri lieti e tristi, e inquieti, giungo a Smerillo. In lontananza scorgo uno che manovra una carriola, con qualcosa sopra. Vuoi vedere? È lui, il sindaco, Egidio. Porta due vasi per adornare l’improvvisato palco, peraltro ancora deserto, come deserta è la platea di sedie disposta all’aperto di fronte alla chiesa di Santa Caterina. Parliamo un po’, e intanto comincia ad arrivare gente. Cesare e Alessandro stanno scendendo dall’alto. Il primo, phantasy, mi presenta allo zio poeta. Dopo le prime cordialità e le confidenze sul mistero della luce, domando a Cesare: ma tu, in cuor tuo, credi alle fate? Mi risponde con la risposta che già conosco.
Bella gente arriva ancora, ogni volto ha qualcosa di partecipe e intelligente. Mi imbatto in un informatore farmaceutico di Ascoli, e parlottiamo a lungo di poesia dialettale. Mi pare di aver notato qualcuno anche di Fermo. Finalmente, sempre dall’alto, nel suo habitus profetico, ecco Marco Guzzi. Corro ad abbracciarlo. Come stai? Bene, e tu? Insomma, rispondo io, si tira avanti. Lui fa un piccolo giro e poi si siede meditabondo e profetica-mente su un muretto isolato. Continuo il dialogo con la moglie, che pure mi ha riconosciuto e che sta armeggiando con fotocamere e cineprese. Tu sei Giovanni Zamponi? Sì, ci siamo visti qualche anno fa proprio a Smerillo. C’era anche Maria Luisa Spaziani? No, non c’era. E qui le racconto le vicissitudini del povero Antonio Santori nel tentativo di organizzare il premio Universitas Montaliana. Tutti buoni, oggi, a parlare di Antonio, a esaltarlo. Tanto non c’è più. Ma allora lo lasciarono solo. Ne morì? Non saprei, certo non ne visse.
Ormai siamo all’avvio. Dal trono sopraelevato Simonetta offre la serata. La prima porzione è per Alessandro (Catà). Convincente. Ma avrei preferito che recitasse a memoria, e in piedi, empaticamente. Poi è la volta di Cesare, della Sibilla e del Guerrin Meschino, della simbologia della montagna. Cesare è capace e suadente, quando parla senti il brivido di presenze segrete. E sì che a Smerillo di questi brividi se ne avvertivano, si raccontavano storie paurose sulla “paura”. Ma non voglio scendere di quota. La montagna è una cosa misteriosamente confinante con qualcosa di misteriosamente indicibile e incomprensibile. È questo il suo fascino e il suo ruolo metafisico.
Intanto tra gli astanti si aggira con la telecamera Alessandro Miola, operatore di Rai3. Mi saluta amichevolmente con una pacca sulla spalla, che io più amichevolmente gli restituisco. È bravo, figlio dell’ottimo Marino, poeta dialettale di rango. Cerco di nascondermi più che posso, mentre lui dirige il suo sguardo elettronico a spazzare la platea.
Per ascoltare Marco ci trasferiamo nella grande sala incontri sopra al ristorante Le Logge. Arrrivo un po’ in ritardo perché per via indugio con Ennio Brilli, valentissimo fotografo, a parlare di senso dell’arte, in tutte le espressioni, dalla fotografia alla poesia, alla pittura alla scultura. Gli espongo la mia teoria sulla conoscenza globale e simbolica: il piano sintattico, quello ‘aistetico’, quello estatico. Poi, per illustrare il gioco di questi tre piani, gli recito l’Infinito di Leopardi. Chiarissimo! Senza questo passaggio dagli inferiori ai superiori – tutti compresi – non c’è arte, non c’è poesia. C’è altro, magari, ma non questo. E poi ancora parliamo di parole ‘terminali’, di significanti, significati e significandi; della modalità ascendente dell’arte umana, dai frammenti di realtà alla creazione di mondi possibili, rispetto a quella divina che, invece, discende dall’idea alla realtà.
Veniamo interrotti dal sopraggiungere di Pietro Cocci, già preside della Leonardo da Vinci di Fermo, ottimo poeta dialettale. Professor  Cocci, benvenuto a Smerillo! Gli ricordo che ha avuto mia moglie nel corpo docente. E come dimenticarla? La stimavo e la ammiravo. Mi ringrazia ancora perché una volta ho contrassegnato la sua poesia – l’Asu – come una delle migliori scritte nel nostro dialetto. Per tutta risposta gliene cito qualche verso: “Ma mo’ però so’ sulu e u’ tempu smanga / pe’ fabbrica’ mujì e case de fanga”. La sai a memoria, mi fa stupito? Le cose che valgono le imparo a memoria. Anni fa, proprio qui, ne recitai una di Marino Miola, e proprio in sua presenza. Non sapeva chi fossi, rimase di stucco. Quando mi presentai capì perché l’avessi imparata. Era l’amore per la ricchezza delle nostre tradizioni ad avermi spinto.
Il discorso, con Brilli, torna un attimo sull’inconscio citato da Catà. È come l’araba fenice, faccio io. Non lo vedo, certo esiste la biblioteca delle memorie, la consolle delle emozioni, e quant’altro. Ma un inconscio inteso come una psiche parallela non mi convince. Nemmeno come insieme di valenze d’archetipi? Jung? Mi convince ancora di meno. Si tratterebbe di un’ereditarietà dei caratteri culturali, tutta da mostrare. Può darsi, secondo me, che confondiamo i misteriosi archetipi con un imprinting molto precoce, inevitabilmente anche culturale. E poi non dimentichiamo i nostri innati moduli fisiologici e neuropsichici di elaborazione e di risposta. Perché pensare agli archetipi? Cesare ha tirato in ballo l’inconscio per non disturbare i suoi critici razionalisti, o per anticipatamente difendersene; ma sa bene che nella mitopoiesi della terra c’è in gioco “qualcosa” di molto più alto e misterioso.
Alla fine, ragionando dei nostri imprinting originari di terra e d’aria, di luci e ombre, di campi e di boschi, raggiungiamo la sala. Marco sta parlando. Mi vengono in mente, e so perché, Isaia e Geremia.
Ancora un po’, e per me si fa tardi. Così esco un attimo prima della conclusione, e me ne vado da Smerillo senza salutare nessuno. Ma è come se avessi salutato tutti, in un unico amico abbraccio, compreso Marco Poeta, che non potrò ascoltare. Evviva Smerillo, evviva i piccoli centri, evviva chi lavora per creare relazioni non chi manovra per dissolverle. Evviva i campanili!
A casa, a notte tarda, apro di nuovo un volume di Chesterton, e guardate che trovo riguardo alle piccole località (del medioevo): se tanto ci lagniamo perché il patriottismo locale ci sembra una grande confusione, “dovrebbe sembrarci strano che circa i tre quarti dei più grandi uomini mai esistiti fossero originari di quelle piccole città. Staremo a vedere che cosa verrà fuori alla fine dalle nostre grandi città, che invero non hanno dato alcun segnale positivo da quando sono diventate grandi”. E ancora: “C’era più internazionalità in quelle terre costellate di piccole repubbliche di quanta non ce ne sia negli attuali grandi blocchi nazionali omogenei”.
Questo scriveva Gilbert K. Chesterton ottant’anni fa (San Francesco d’Assisi, Lindau, pp 42, 45).
Giovanni Zamponi


 

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Data pubblicazione : 30/07/2012 09:26
Scritto da : Giovanni Zamponi
Commenti dei lettori
2 commenti presenti
  • Giovanni Zamponi

    30-07-2012 22:10 - #2
    Saverio, il tuo commento è meraviglioso. Un grazie infinito. Giovanni
  • Saverio

    30-07-2012 16:14 - #1
    ho letto tutto il pezzo.e non ho perso tempo!
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