Le storie di Umberto
Una panoramica per capire il fenomeno degli expats fermani

A quasi due mesi dal lancio di questa rubrica, lasciamo per un momento le storie individuali dei fermani in giro per il mondo e ci concentriamo su una visione più collettiva. Curiosi di sapere quanto fosse esteso il fenomeno degli expats fra i membri del nostro territorio, noi di Informazione.tv abbiamo deciso di creare un sondaggio per scoprirlo. Il questionario, composto da dieci domande, è stato divulgato su varie piattaforme social ed è stato compilato da un vasto pool di partecipanti provenienti da diverse località della provincia fermana. In questa ottava puntata di “Quo vadis? Storie di fermani nel mondo” analizzeremo dunque le risposte che ci sono state fornite dai fermani che attualmente vivono o che hanno vissuto in passato al di là dei confini nazionali.

Una panoramica per capire il fenomeno degli expats fermani

 

In primo luogo abbiamo chiesto l’età dei partecipanti del sondaggio, non tanto per una formalità quanto per capire se sono davvero soltanto i giovanissimi a lasciare il nostro paese. Come si evince dal grafico, la maggior parte di coloro che hanno preso parte alla nostra indagine, ben il 40%, ha un’età compresa tra i 19 e i 29 anni. A seguire, il 35% ha tra i 30 e i 39 anni d’età. Un 10% ha tra i 50 e i 59 anni, così come coloro che ne hanno più di 60, e solo il 5% di persone ha un’età che varia fra i 40 e i 49 anni. Nessuno che ha un’età inferiore ai 18 ha partecipato al sondaggio.

 

 

 

Nel secondo grafico è riportata la residenza attuale dei partecipanti al sondaggio.

 

 

Il terzo grafico analizza i motivi che hanno portato i nostri compaesani a trasferirsi all’estero. Di coloro che hanno deciso di emigrare per motivi professionali, il 30% lo ha fatto di spontanea volontà per cercare un posto di lavoro, mentre il 5% dei partecipanti ha traslocato dopo aver ricevuto una proposta di trasferimento da parte delle aziende presso di cui lavora, in prospettiva di un salto di qualità della propria carriera e della stessa azienda.

I dati raccolti non riportano alcun caso in cui le aziende abbiano imposto ai propri lavoratori di spostarsi al di fuori dell’Italia per motivi di delocalizzazione, il che comunque può rappresentare una realtà plausibile nella società odierna.

Il 35% ha deciso di trasferirsi per intraprendere un percorso accademico in facoltà estere, approfittando anche di tasse universitarie meno esose e di programmi e metodi didattici diversi da quelli italiani. Un ulteriore 5% ha scelto di studiare fuori dal Belpaese perché soltanto in altri paesi ha trovato le facoltà più adeguate alla propria istruzione.

Il 15% si è trasferito per assecondare il desiderio di viaggiare e di scoprire il mondo, motivato dai costi relativamente bassi e convenienti dei trasporti pubblici e dalla febbre dell’avventura dei cosiddetti globetrotters, i quali girano per i quattro angoli della terra anche con mezzi di fortuna per il semplice gusto di vedere con i propri occhi le bellezze paesaggistiche e culturali del globo. Il restante 10% insegue invece l’amore - forse la ragione più pura e radicata - che spinge le persone ad arrivare in capo al mondo e a sfidare ogni difficoltà incontrata sul proprio cammino unicamente per poter stare con quella persona.

 

 

Osservando il quarto grafico, è interessante notare come il 100% dei partecipanti abbia risposto di aver incontrato all’estero ‘più occasioni e vantaggi’ che difficoltà. Certo, cambiare paese, lingua, amicizie, e confrontarsi con nuove storie, mentalità e abitudini può sembrare un insieme di sfide apparentemente insormontabili; tuttavia, spesso, si giudica troppo in fretta ciò che ancora non si conosce e non si vede il cambiamento come un’evoluzione positiva. Solo dopo aver fatto un passo fuori dalla porta di casa propria si nota che imparare la nuova lingua non è stata poi un’impresa troppo ardua, così come non lo è stato fare nuove amicizie, e che la scoperta del diverso e la possibilità di relazionarci con esso non è un problema, bensì un dono.

 

 

 

Il quinto grafico riporta i dati ottenuti con una domanda a risposta multipla: “Cosa ti manca/è mancato di più della vita di provincia?”

La risposta che è andata per la maggiore, giustamente anche la più ovvia, è stata la famiglia. Certo, la distanza dalle persone a noi più care si risente particolarmente sotto il periodo delle festività, ma si riflette anche nelle più piccole cose del quotidiano. Non vi è mai capitato di provare una nuova ricetta culinaria e chiedervi se a vostra madre piacerebbe? O di guardare il telegiornale alla televisione ed immaginare come vostro padre commenterebbe il servizio in onda?

Segue poi il cibo: è impossibile non sentire la mancanza del ciauscolo, del brodetto del pescato fresco, dei vincisgrassi e delle crostate della nonna. E poi ci sono il clima - poter godere del sole e delle temperature miti per la maggior parte dell’anno - e dell’avere mari e monti a portata di mano, scegliere di passeggiare per le spiagge del nostro litorale o per i magici scenari naturali della Sibilla.

Infine una parte dei partecipanti al sondaggio ha selezionato la voce “la tranquillità di una piccola realtà locale”: vivere lontano dal caos della grande città e dalle problematiche ad essa connesse.

 

 

Il sesto grafico mostra i risultati di una domanda a risposta libera che focalizza sulle cose di cui i nostri expats non sentono o non hanno sentito una mancanza particolare. Il 56.25% ha optato per la mentalità provinciale: alcuni partecipanti hanno specificato aspetti quali una certa aria di sufficienza borghese, la continua sensazione di frustrazione nei confronti della società, l’essere propensi alla lamentela e all’aggirare le regole, e un atteggiamento menefreghista che porta i cittadini a “pensare solo al proprio orticello.”

Il 25% è ben lieto di aver lasciato alle spalle la burocrazia italiana e il disordine da essa scaturita: un sistema che arranca a stare al passo con i tempi - basti pensare alle ore trascorse in fila a uno sportello per ritirare un documento da compilare perché inaccessibile digitalmente. Una burocrazia talvolta operante ai limiti dell’assurdo dove, come scrive un utente, ad esempio, per farsi rilasciare il certificato di morte di un familiare occorre la firma del deceduto.

Il 16.75% non rimpiange la monotonia e la mancanza di stimoli nel quotidiano della vita di provincia - un aspetto con cui combattono costantemente tutti i Comuni del fermano.

 

 

 

Abbiamo chiesto agli expats attualmente residenti all’estero dove vedono il loro futuro: stando al settimo grafico, ben il 75% ha intenzione di restare laddove si trova ora o di eventualmente trasferirsi in altri paesi, mentre il 25% sa già che rientrerà in Italia più o meno a breve.

 

 

A coloro che sono invece sono già tornati in patria abbiamo domandato i motivi del loro rientro. Il 30%, rappresentato da tutti quei partecipanti che sono espatriati per ragioni accademiche, ha terminato il ciclo di studi presso le università straniere. Un altro 30% ha voluto (ri)creare il proprio futuro in Italia: alcuni partecipanti sono riusciti a creare nuove opportunità lavorative più interessanti e prolifiche proprio dentro i confini nazionali, altri sostengono solidamente che nonostante tutto, nel Belpaese “sia possibile e lavorare bene.”

Il rientro di un 20% è stato dettato da motivi personali, come il nutrire un sentimento di nostalgia nei confronti della propria patria, o la mancanza di coraggio nel restare fuori più a lungo dettata dalla giovinezza. Un 10% l’ha fatto per riavvicinarsi alla propria famiglia, e il restante 10% è dovuto tornare perché non è riuscito a ottenere o rinnovare visti e permessi di soggiorno.  

 


 

Il 5% di expats non si sente di consigliare ai propri compatrioti di trascorrere almeno un periodo della loro vita all’estero poiché questo comporterebbe un radicale cambiamento della propria vita, affiancato da un enorme spirito d’adattamento e di sacrificio; al contrario, il 95% raccomanda di vivere un’esperienza del genere. Perché?



 

Per scoprire il mondo e fare nuove esperienze di qualsiasi natura in “contesti vivaci e interessantissimi”. Per crescere personalmente ed ampliare i propri orizzonti: vivendo fuori si capiscono i propri limiti e potenzialità; si impara adapprezzare il mondo, allontanandosi dalla chiusura mentale e dall’indifferenza. Per cogliere maggiori opportunità lavorative per costruire un futuro migliore, e perché è possibile e “più facile di quanto si immagini.”

 

Le storie individuali di "Quo vadis? Storie di fermani nel mondo" torneranno la settimana prossima nel loro format consueto.

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Data pubblicazione : 28/04/2017 18:33
Scritto da : Laurie Timmers
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