Le storie di Umberto
La prima volta al Teatro dell'Aquila di Fermo non si scorda mai

Mi ritorna in mente la prima volta al teatro dell’Aquila di Fermo: si era ragazzi e, noi di Capodarco, non avevamo mai visto nè un vero teatro nè un film a colori, chiamato, allora “cinema scope”! La notte precedente allo storico evento, non chiudemmo occhio, tanta era la nostra frenesia per l’assoluta novità!

La prima volta al Teatro dell'Aquila di Fermo non si scorda mai

Arrivate le due del pomeriggio della fatidica domenica, ci ritrovammo sullo storico muretto; camicetta e pantaloncini corti della festa, (quelli lunghi era d’uso, dopo i sedici anni), scarpe di copale lucide, seminuove e 500 lire in tasca: risparmi di una settimana! Ancora, raccomandazioni dei nostri genitori, per ultima quella: "Non te’ finì li sordi!"

 

Poi finalmente la partenza, a piedi, lungo la provinciale destinazione: Fermo. Per arrivare prima, decidemmo di fare la “corta de’ Montanì”, detta oggi via Reputolo. Pur se a piedi, ci “bevemmo” letteralmente il percorso, arrivando, davanti al teatro, un’ora prima dell’apertura: in quel tempo non ci pesava niente.

 

Aspettammo l’apertura del teatro, commentando il poster del film Ben-Hur che giganteggiava, a lato del portone di entrata.

 

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Finalmente si spalanca il portone! Eravamo gia in fila, con le 500 lire serrate nella mano! Finalmente il biglietto in mano, e 300 lire di resto in tasca! Appena in platea, pensammo di essere entrati in una chiesa; le nicchie dei palchetti sembravano ripostigli per statue di santi, tutti quei disegni, sulla volta superiore, sembrava che, invece di essere a teatro, fossimo al duomo!

 

Qualcuno di noi si fece il segno di croce. Ci sedemmo timorosi uno a fianco all’altro: si fece buio, s’illuminò il grande schermo; enormi figure a colori ed Il sonoro, amplificato, incutevano un leggero timore, ad un tratto sul corridoio centrale della platea, passa cigolando una fioca luce come quando la “pustina”, con la bicicletta, tornava a casa la sera: era la "maschera" che controllava o indicava una poltrona ai ritardatari.

 

Durante la celebre corsa delle bighe, la stereofonia amplificata, per noi provinciali, sconosciuta, dava l’impressione che cavalli al galoppo, uscissero dal lato dov'era posto l'altoparlante!

 

Mario s’impaurì e disse: "Ma che razza de’ cinama adè quistu? Non è che cavalli e carritti tra poco ce vè addosso … e quanno scappimo stimo attenti, su lu corredò ce ‘rota quillu che va su e jò co la vicicletta!".

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Data pubblicazione : 10/12/2017 20:15
Scritto da : Umberto Fratalocchi
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