Il punto di Antonio
DIARIO IRACHENO: Il primo impatto con l'ospedale - Giorno 2

Dopo i lavori a mezzanotte per il guasto del bagno, dormiamo 6 ore prima di andare in ospedale: il medico di riferimento locale dr. House mi dirotterà in un’altra clinica dove potrò svolgere le misure della voce, la principale struttura di riferimento è infatti dedicata alla chirurgia ricostruttiva per pazienti pediatrici.

DIARIO IRACHENO: Il primo impatto con l'ospedale - Giorno 2

Giunti in ospedale scopriamo che oggi è un giorno di festività nazionale e che i due centri dedicati alle malattie polmonari sono chiusi: per questo studio sono necessarie tante persone sane rispetto quelle con malattia così cerco di misurare le persone accompagnatrici in sala di attesa: sono per lo più madri, tutte vestite con velo e tunica completamente neri e che portano i loro bambini per esser operati.

 

Questa è la fase preliminare agli interventi di chirurgia plastica e attraverso il corridoio di attesa scorgo alcuni sorrisi e sguardi di curiosità. Le sale sono tutte a distanza di pochissimi metri pur non essendo un pronto soccorso. Il clima è positivo ed eccetto i due giornalisti, sono l’unico ingegnere della missione in mezzo a tutti chirurghi.

 

Kalid è l’interprete locale che mi aiuterà nelle misure della voce: qui in Iraq oltre la lingua ufficiale araba e curda, sono diffusi con pari numerosità il turkmeno, il siriaco e altri dialetti locali. Anche le infermiere locali indossano il velo nell’anticamera della sala operatoria.

 

Ad un certo punto salta la rete elettrica, è il buio completo ma sembrano esser abituati a eventi simili. L’assistente tecnico prosegue le operazioni utilizzando il led del cellulare. L’intervento richiede circa 30 minuti e può ridare il sorriso a bambini e ragazzi con labbro leporino. C’è molto movimento prima dell’intervento perché va preparata la sala ma salta la luce una seconda, terza e quarta volta: nelle ultime due a distanza di pochissimi minuti e tutta la sala è buia

 

laboratorio

 

Entra la prima mamma con bambino per il test che devo svolgere, a fare da interprete (inglese-arabo e viceversa) ora è un altro medico: non conoscendomi e non potendo interfacciarci, inizialmente la madre mi guarda con sospetto. L’età è troppo bassa per questo test (emetterere alcuni suoni, leggere frasi) ma almeno abbiamo testato il protocollo. Spero che il pomeriggio vada meglio, non ho fatto 4 mila Km in 18 ore di viaggio per un nulla, sono venuto per fare ricerca scientifica.

 

Secondo tentativo lontano dal fracasso della sala operatoria (soprattutto i suoni delle macchine) e dalle voci dei familiari in attesa. Uscendo da una stanza all’altra il nuovo interprete ed io passiamo per l’atrio dove ci sono almeno 30 madri in attesa con alcuni loro mariti: sono tutte vestite di nero e appena riconoscono le divise, verde quella del medico e celeste la mia, ci assalgono: in pochi attimi mi ritrovo circondato a una distanza di pochi centimetri. Sono tutti vestiti di nero, sia donne con completi che le coprono interamente, sia uomini in giacca.

 

Una differenza lampante col nostro paese è il colore: pure indossando una giacca grigio-scura ci sono delle variazioni che la rendono meno monocromatica. Nella sala invece compare solamente il nero. Abbassando leggermente lo sguardo emergono i volti dei bambini: sono sguardi dolci, alcuni hanno un anno altri invece 6-7 fino ad arrivare all’età della pubertà. Con fatica riusciamo a farci largo per recarci in un alro studio e la folla diventa un corteo che ci segue.

 

Nella nuova stanza, nell’edificio adiacente, sono obbligato a tacere quella folla che si è radunata di fronte la porta: cambi paese ma non cambiamo i comportamenti comuni. Una giovane ragazza, accompagnata dalla madre, prova vergogna nello svolgere il test e ride incredula di quello che sta pronunciando.

 

computer

 

Cerco di spiegare l’importanza della misura da svolgere, delle conseguenze cliniche che può portare ma nulla. Il soggetto successivo è invece un bambino accompagnato dal padre in tunica e turbante. Ripassando nuovamente per la sala di attesa operatoria ritrovo la stella folla iniziale, quasi più numerosa.

 

Ripenso alla ragazza del test, guardo l’età e scopro che ha 18 anni: era completamente vestita in tonaca rossa e con un velo in testa. Una differenza di costume evidente se si passa di fronte a un liceo italiano. Indossare il velo è così comune che ho quasi timore a chiedere di toglierlo per far indossare il casco col microfono.

 

Ripenso a quegli sguardi di bambini, già provati dal loro corpo deformato, spaventati prima dell’intervento. Capisco che ogni genitore non molla nemmeno per un passo la distanza dal medico perché sa che altrimenti non ci saranno altri contatti.

 

L’intonaco di tutte le pareti è praticamente assente e sotto i piedi si sente calpestare la polvere del pavimento, le indicazioni sulle porte sono scritte con pennarelli: ci può essere speranza in un posto simile?

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Data pubblicazione : 20/02/2018 16:25
Scritto da : Antonio Pallotti
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