Il punto di Antonio
DIARIO IRACHENO: povertà e benessere – Giorno 4

Accompagno i medici nel giro in ambulatorio: le stanze sembrano dei garage dove le madri in nero devono portarsi le coperte per dormire nello stesso letto dei figli che sono in degenza. Parlando insieme al giornalista mi fa notare che gli uomini non vedono una donna fino al giorno del matrimonio: oltre lo sguardo non traspare nulla, indossano persino i guanti neri.

DIARIO IRACHENO: povertà e benessere – Giorno 4

Proseguo le misure della mattina e ogni volta devo uscire fuori insieme all’assistente medico per reclutare volontari da testare. Ad un certo punto una signora o forse una signorina, non posso dire l’età perché il velo da lei indossato me lo impediva, vorrebbe prestarsi ma prima tira fuori il telefono: il collega mi spiega che sta chiamando il marito per chiedergli permesso di entrare da sola in stanza con me. Inizialmente non capisco se l’interprete stia scherzando o parli sul serio: ha chiamato davvero suo marito per non incorrere nel rischio che lui si presentasse armato in sala. Forse sono estremismi, appartenenti ad un costume e ad una cultura ma sembrano scene drammatico grottesche. Devo effettuare riprese durante il test perché sono costretto a documentare e archiviare tutto: l’Iraq non è proprio a due passi e, se si è capito in quale fase è avvenuto l’errore, effettuare una nuova misura non è così agevole.

 

Finalmente arriva la conferma di trasferimento presso la clinica specializzata in malattie polmonari: mi sento entusiasta e leggermente spaventato allo stesso tempo. Nella prima visita, scortato in macchina, il rientro nella cittadella ospedaliera non è stato scontato al varco militarizzato. La struttura medica è sontuosa e stona con il territorio di pochi metri distante. Il palazzo è nuovo, grigio e blu in mezzo al colore giallastro delle strade e delle case diroccate. Salendo per le scale noto che la ringhiera è in color oro e le piastrelle sono di un bianco perla. Giunto nella sala che mi viene offerta per le nuove misure scorgo Nasirya dietro quel vetro a parete, scorgo il nulla. Già un terzo piano ti permette di vedere fino a centinaia di metri distante. Le attrezzature sono ordinate e pulite e si respira un clima di benessere in forte contrasto col resto del quartiere. Questa volta mi occupo di segnale vocale per il riconoscimento di tumore ai polmoni e subito arriva la paziente dalla sala affianco. Ora ho persino due assistenti ingegneri per svolgere il test, i bicchieri di plastica e l’acqua sono addirittura in eccesso. L’abbondanza di acqua in questa città non è da sottovalutare, può esser indice di ricchezza. Nell’attesa del successivo paziente i due ingegneri iracheni mi chiedono quale sia la principale differenza fra i nostri paesi: purtroppo non sono ancora in grado di rispondere perché sono rimasto chiuso in uno sgabuzzino ospedaliero per 3 giorni, ancora non ho visto nulla della città se non le persone in attesa di intervento chirurgico. Mi chiedo come possano esserci ricchezza e povertà a un metro di distanza, un piede dentro il nuovo palazzo e l’altro poggiato sulla strada di terra.

 

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Permane la gentilezza degli assistenti, ora ancora più attenti: spiegano al paziente con molta calma il test che verrà svolto, utilizzano scene della quotidianità per far comprendere i suoni. Ad un certo punto capisco che fanno riferimento agli urli della madre quando chiama il figlio, lo capisco dalla mimica e loro si divertono. A fine test mi consigliano di salutare e incoraggiare il soggetto. 

 

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Dopo qualche minuto uno dei due assistenti mi avvisa che deve pregare, pone un tappetino per terra, si toglie camice e scarpe, ripete una sequenza di gesti: prima sta in piedi poi si china e per ultimo si inginocchia fino a poggiare la testa al suolo. Non capisco cosa dice ma noto che mentre prega mi guarda: di nuovo in piedi, chino, giù per terra. Prega Allah e si pone le mani in testa. Sono gesti di prostrazione completa mentre attorno gli altri proseguono il loro lavoro. Quanti hanno persino timore di esternare la loro confessione e si sentono in imbarazzo?

 

Nell’attesa del successivo soggetto, mi invitano ad assistere al prelievo di un campione polmonare per la biopsia: si tratta della stessa signora misurata pochi minuti prima. La sonda passa attraverso la via nasale arrivando fino ai polmoni: con la camera posso vedere quelle corde vocali che in contrazione e distensione causano differenti suoni: quale è la voce che preferite? Quella della madre, del padre, del coniuge, fidanzato/a, dei figli, degli amici? La signora distesa a letto perde della sua fisionomia attraverso la camera, si riduce ad un condotto a pareti pulsanti secondo l’atto respiratorio. Da un tunnel principale cominciano a diramarsi vie periferiche sempre più sottili, di color rosa, fino a comparire le prime macchie tumorali. Provo una strana eccitazione nel ripensare agli studi della meccanica delle strutture, chissà se avessi intrapreso quella strada: forse sarei ugualmente in Iraq per la meccanica della ventilazione applicata alle malattie polmonari.

 

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I pazienti della nuova clinica, sono ben vestiti, sono meno nervosi perché la voce della segreteria li chiama uno alla volta per la visita: sembra una qualsiasi clinica italiana.

Come è possibile tanta differenza di benessere a pochi metri di distanza?

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Data pubblicazione : 22/02/2018 20:31
Scritto da : Antonio Pallotti
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