Il punto di Antonio
DIARIO IRACHENO: Un viaggio alla scoperta di un mondo diverso [IL RACCONTO COMPLETO]

Nel caso vi foste persi i vari diari tenuti dal nostro Antonio Pallotti in Iraq, abbiamo deciso di riproporvi l'intero viaggio, con i sei giorni di narrazione, per offrirvi un'ottima lettura per il weekend e per permettere a chiunque di fare i bagagli, prendere il passaporto e volare alla scoperta di un mondo diverso, tanto lontano quanto simile al nostro. Buona Lettura! 

DIARIO IRACHENO: Un viaggio alla scoperta di un mondo diverso [IL RACCONTO COMPLETO]

A Nassirya per una missione di ricerca

Giorno 1

Un computer, un registratore vocale e un algoritmo: con soli questi 3 strumenti nello zaino mi imbarco per l’Iraq, scalo a Bassora fino a raggiungere Nassirya. Già un anno fa sarei dovuto partire ma per motivi di sicurezza non potei partecipare alla missione di ricerca. In collaborazione con l’Associazione Emergenza Sorrisi Onlus, capeggiata dal dott. Massimo Abenavoli, parto nel corso del mio dottorato di ricerca in bioingegneria presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, sotto la supervisione del prof. Giovanni Saggio.

 

aeroporto

 

L’équipe medica è composta da specialisti in chirurgia plastica, neurochirurgia, anestesia, infermieristica, giornalismo e bioingegneria. Il team medico si occupa di chirurgia ricostruttiva per persone con traumi da guerra o affette da labbro leporino: le missioni già condotte dall’associazione sono state in Senegal, Afghanistan, Siria, Costa D’Avorio, Tanzania, Etiopia, Mauritania, Yemen, Uganda e appunto Iraq. Quando il professore mi propose questa possibilità rimasi inizialmente stupito ma fu subito evidente l’opportunità: lo studio propone la diagnosi di malattia tramite l’analisi del segnale vocale. Che vuol dire? Provate a emettere una vocale con la stessa tonalità per alcuni secondi e tenete la mano sopra il capo. Sentirete tramite la sensibilità tattile della mano delle vibrazioni differente in base alla vocale pronunciata. Si tratta di un approccio simile all’auscultazione dei toni cardiaci o ancora più semplicemente paragonabile all’esperienza che un meccanico ha nel riconoscere il danno di una macchina in base al rumore del motore o di altre parti meccaniche. Le onde meccaniche che emettiamo attraverso la voce si diffondono in tutte le direzioni dello spazio e quindi anche attraverso il corpo che le emette.

 

Gli organi sani o affetti da una patologia hanno una differente densità e questo induce una variazione nella propagazione dell’onda meccanica che subisce fenomeni di riflessione e rifrazione. Analizzando un numero significativo di persone sane e persone malate rispetto una singola malattia, tramite un algoritmo implementato all’interno di un software, è possibile che la macchina ovvero il computer, dopo esser stata addestrata al riconoscimento, possa discriminare con una percentuale di accuratezza se la nuova persona che verrà registrata tramite la voce ha quella patologia oppure no. Questo è un esame strumentale preliminare che poi richiede l’intervento di un clinico per maggiori approfondimenti ma può facilitare quei casi di analisi in campo: pensate ai problemi di frontiera con i migranti quando potrebbe esserci il rischio di trasmissione di malattie, ai problemi di categorizzazione del grado di gravità all’interno del pronto soccorso.

 

iraq

 

In volo a 2514 Km dall’Italia, tra Giordania e Arabia Saudita, il calendario segna il 19 febbraio e compio 30 anni in volo, non male che ne dite? Vorrei leggere “La tecnica, la vita: i dilemmi dell’azione” (Annuario di filosofia 1998) per l’articolo che sto scrivendo sul rapporto uomo-macchina ma tutti quelli affianco a me sono a luci spente: chi dorme, chi guarda un film così anche io mi rilasso un po’ con Iron Man, l’uomo potenziato dalla meccatronica.

 

Atterrati a Dubai alle 5 (le 2 ora italiana) e nonostante l’ora sono già 25 gradi: si possono ammirare aerei intercontinentali a due piani con l’immagine cubitale dello sceicco proprietario. Nella navetta c’è anche un gruppo di molisani, l’accento si riconosce subito ed è come sentirsi a casa anche altrove.

 

Lascio il sole ormai sorto alle spalle dirigendomi verso Bassora: durante il secondo spostamento in navetta si possono scrutare i palazzi giunonici di Dubai: senza nemmeno un’ora di sonno, ho una incontenibile voglia di conoscere Nassirya, l’ospedale che mi ospiterà per la settimana della missione, la casa e la città.

 

Bloccati in aeroporto a Bassora, nonostante il visto già ottenuto, manca quella che definiscono fixa ovvero la dichiarazione/lettera dello sponsor promotore la missione. L’aeroporto ha una piccola sala che per quanto ridotta non fa che aumentare la tensione di chi attende. Ogni tanto arriva un autista che bussando al vetro di separazione chiama qualcuno in lingua araba. Il bagno sembra quello dei peggiori bagni pubblici e i coordinatori della missione nell’attesa cercano di contattare i riferimenti locali per accelerare le procedure.

 

donne

 

Appena usciti dall’aeroporto l’occhio si affatica a causa della sabbia nell’aria e alla luce troppo bianca riflessa tra cielo opaco e terra bianca. Le valige vanno su due pick-up mentre noi 15 del team su un furgoncino che emana odore di benzina da ogni parte di tappezzeria. Nessuna vegetazione, solo la strada e i pick-up che sfrecciano a forte velocità. Ci accompagnano i tralicci della tensione come se fossero una recinzione che separa la strada dal nulla: quello che si estende oltre quei pali non è nemmeno immaginabile. Altre due ore di viaggio ci separano dalla meta. Sembra che questa parte di paese sia fatta solo del cemento della strada e della sabbia. Si scorgono raffinerie da ogni lato: alcuni bombardamenti hanno lasciato delle tracce sul suolo, sono come solchi, sono le tracce dovute al petrolio delle condotte superficiali in fiamme. Le piste che veicolano il petrolio dei giacimenti affiorano come tubi d’irrigazione dei campi di coltivazione: sembra che qui si coltivi petrolio e che il naso si sia abituato ad odorare questo profumo nero. Vicino i giacimenti si trovano i capannanoni in lamiera dove vivono i dipendenti anche per lunghi mesi.

I copertoni vengono usati fino alla completa usura, è facile trovare i segni delle sbandate: una volta deteriorati vengono lasciati per strada, si potrebbe contare una gomma ogni 50 metri. Quelle gomme stanno al posto degli alberi, della vegetazione che invece accompagna il lungomare della costa adriatica.

Le dune sotto la forza delle tempeste di sabbia sembrano onde di mare, cristallizzate fino alla successiva tempesta, è la foto di un paesaggio statico, invariante.

Finalmente arriviamo a Nassirya e in ospedale ma questo è un racconto del prossimo diario.

 

 

 Il primo impatto con l’ospedale

Giorno 2

 

Dopo i lavori a mezzanotte per il guasto del bagno, dormiamo 6 ore prima di andare in ospedale: il medico di riferimento locale dr. House mi dirotterà in un’altra clinica dove potrò svolgere le misure della voce, la principale struttura di riferimento è infatti dedicata alla chirurgia ricostruttiva per pazienti pediatrici.

 

 bimbo

 

Giunti in ospedale scopriamo che oggi è un giorno di festività nazionale e che i due centri dedicati alle malattie polmonari sono chiusi: per questo studio sono necessarie tante persone sane rispetto quelle con malattia così cerco di misurare le persone accompagnatrici in sala di attesa: sono per lo più madri, tutte vestite con velo e tunica completamente neri e che portano i loro bambini per esser operati. Questa è la fase preliminare agli interventi di chirurgia plastica e attraverso il corridoio di attesa scorgo alcuni sorrisi e sguardi di curiosità. Le sale sono tutte a distanza di pochissimi metri pur non essendo un pronto soccorso. Il clima è positivo ed eccetto i due giornalisti, sono l’unico ingegnere della missione in mezzo a tutti chirurghi. Kalid è l’interprete locale che mi aiuterà nelle misure della voce: qui in Iraq oltre la lingua ufficiale araba e curda, sono diffusi con pari numerosità il turkmeno, il siriaco e altri dialetti locali. Anche le infermiere locali indossano il velo nell’anticamera della sala operatoria.

 

Ad un certo punto salta la rete elettrica, è il buio completo ma sembrano esser abituati a eventi simili. L’assistente tecnico prosegue le operazioni utilizzando il led del cellulare. L’intervento richiede circa 30 minuti e può ridare il sorriso a bambini e ragazzi con labbro leporino. C’è molto movimento prima dell’intervento perché va preparata la sala ma salta la luce una seconda, terza e quarta volta: nelle ultime due a distanza di pochissimi minuti e tutta la sala è buia.

 

laboratorio

 

 

 

Entra la prima mamma con bambino per il test che devo svolgere, a fare da interprete (inglese-arabo e viceversa) ora è un altro medico: non conoscendomi e non potendo interfacciarci, inizialmente la madre mi guarda con sospetto. L’età è troppo bassa per questo test (emettere alcuni suoni, leggere frasi) ma almeno abbiamo testato il protocollo. Spero che il pomeriggio vada meglio, non ho fatto 4 mila Km in 18 ore di viaggio per un nulla, sono venuto per fare ricerca scientifica.

 

Secondo tentativo lontano dal fracasso della sala operatoria (soprattutto i suoni delle macchine) e dalle voci dei familiari in attesa. Uscendo da una stanza all’altra il nuovo interprete ed io passiamo per l’atrio dove ci sono almeno 30 madri in attesa con alcuni loro mariti: sono tutte vestite di nero e appena riconoscono le divise, verde quella del medico e celeste la mia, ci assalgono: in pochi attimi mi ritrovo circondato a una distanza di pochi centimetri. Sono tutti vestiti di nero, sia donne con completi che le coprono interamente, sia uomini in giacca. Una differenza lampante col nostro paese è il colore: pure indossando una giacca grigio-scura ci sono delle variazioni che la rendono meno monocromatica. Nella sala invece compare solamente il nero.

 

Abbassando leggermente lo sguardo emergono i volti dei bambini: sono sguardi dolci, alcuni hanno un anno altri invece 6-7 fino ad arrivare all’età della pubertà. Con fatica riusciamo a farci largo per recarci in un altro studio e la folla diventa un corteo che ci segue. Nella nuova stanza, nell’edificio adiacente, sono obbligato a tacere quella folla che si è radunata di fronte la porta: cambi paese ma non cambiamo i comportamenti comuni. Una giovane ragazza, accompagnata dalla madre, prova vergogna nello svolgere il test e ride incredula di quello che sta pronunciando.

 

 

computer

 

Cerco di spiegare l’importanza della misura da svolgere, delle conseguenze cliniche che può portare ma nulla. Il soggetto successivo è invece un bambino accompagnato dal padre in tunica e turbante. Ripassando nuovamente per la sala di attesa operatoria ritrovo la stella folla iniziale, quasi più numerosa. Ripenso alla ragazza del test, guardo l’età e scopro che ha 18 anni: era completamente vestita in tonaca rossa e con un velo in testa.

 

Una differenza di costume evidente se si passa di fronte a un liceo italiano. Indossare il velo è così comune che ho quasi timore a chiedere di toglierlo per far indossare il casco col microfono. Ripenso a quegli sguardi di bambini, già provati dal loro corpo deformato, spaventati prima dell’intervento. Capisco che ogni genitore non molla nemmeno per un passo la distanza dal medico perché sa che altrimenti non ci saranno altri contatti. L’intonaco di tutte le pareti è praticamente assente e sotto i piedi si sente calpestare la polvere del pavimento, le indicazioni sulle porte sono scritte con pennarelli: ci può essere speranza in un posto simile?

 

 

Gli occhi delle persone e i loro sorrisi

Giorno 3

La sveglia suona alle ore 7, le 5 per l’Italia, e manca persino l’acqua per lavarsi la faccia. In camera siamo in 4, due giornalisti, un chirurgo e appunto io. Ripenso a tutti quei litri di acqua calda che mi cadono addosso come una cascata ogni volta che esco da piscina: qui persino l’acqua da bere è razionata al punto che non ci sono bottigliette ma vasetti di acqua come se fossero yogurt. E così con uno di questi vasetti lavo con la stessa acqua denti, spazzolino e mani. Presto ci si abitua all’appiccicume, al dover camminare scalzi. Qui il costume vuole che quando si entra in casa, in ospedale, in un locale, le scarpe devono esser lasciate all’ingresso e bisogna andare scalzi. Vicino la porta di ingresso si accumulano tutte scarpe scure che sono in realtà colorate di bianco per la polvere della strada. Mi vengono in mente le tradizioni ebraiche nelle quali si usava lavare i piedi all’ospite.

 

attesa

 

 

Pieno di speranza per il nuovo giorno non vedo l’ora di iniziare le misure e soprattutto di esser dirottato ad un’altra clinica specializzata nelle malattie polmonari. Ieri nel tardo pomeriggio accompagnato dagli assistenti dell’ospedale ho avuto la fortuna di percorrere in auto una parte della città di Nasirya. Tutte le auto sono completamente bianche di polvere, le case non superano i due piani e i cartelli stradali sono in caratteri arabi coi sottotitoli in carattere europeo. Alla radio va una preghiera per la festività nazionale, sembra un salmo. Passando attraverso la strada dei bar arriviamo in una via di terra in cui giocano bambini col pallone. I cavi elettrici sospesi sono un groviglio appoggiato sui pali, sembrano reti da pesca. All’ingresso della cittadella sanitaria, dove si trovano ospedale e casa di accoglienza, si trovano i militari che sorvegliano i varchi. Fanno storie perché siamo usciti, l’assistente spiega che appartengo al gruppo di italiani in missione e ho anche di timore di rimanere fuori. Ovunque si vedono tute mimetiche e armi a tracolla. E’ questo un posto che vorremmo vivere? Come si può sperare con la paura dell’utilizzo di armi?

 

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La mattina trascorre tra le misure in ospedale, chiuso in uno sgabuzzino a 4000 Km da casa. I soggetti che misuro sono principalmente bambini e ragazzi di 6-18 anni e il genitore che li accompagna: per lo più i bambini hanno deformazioni della bocca o del palato, alcuni hanno ustioni alle mani e al volto, alle guance e alle palpebre. Alcuni hanno sguardi spaventati e nella sala operatoria vicina si sentono le urla di bambini ancora più piccoli che piangono. La sala d’attesa per la visita di screening è piena e i genitori tengono in mano un bigliettino per chiedere di esser visitati o raccomandati. Alcuni genitori sono molti insistenti, si rivolgono addirittura a me dopo che li ho misurati. Salta la corrente, anche durante l’intervento e nessuno urla, è normalità.

 

Nemmeno oggi c’è il tempo per il pranzo perché devo aspettare un nuovo soggetto da misurare: l’organizzazione dell’ospedale è completamente diversa dall’esperienza che ho dell’ospedale italiano. Le voci sono ancora più alte, la gesticolazione è ancora più vivace, le persone sono più ammassate in meno spazio. La separazione fra sala attesa e sala ambulatoriale e una sorta di scala scorrevole in legno messa per terra come recinto. I giovani assistenti locali sono molto accoglienti, mi invitano spesso a prendere un tè insieme a loro e sono sorridenti, cercano di scherzare raccontandomi alcuni loro cenni di vita. Mi chiedono dell’Italia, di Roma e descrivo il Colosseo, il teatro, l’opera, il concerto, la teologia, la filosofia e il borgo medievale di Fermo: restano a bocca aperta, estasiati. Chiedo loro di venire in Italia ma mi rispondono che è molto complicato, quasi impossibile, a causa del visto, sono praticamente obbligati a rimanere nel loro paese. Per accompagnarmi da una sala all’altra mi prendono per mano e resto stupito, è un comportamento così usuale e così lontano: ve lo immaginereste un vostro collega di ufficio o il vostro capo che vi prende per mano a lavoro?

 

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Alcune donne sono così coperte che si possono vedere solo gli occhi: restano gli occhi l’unico mezzo di comunicazione in mezzo a quella veste di nero. Alcuni padri arrivano in sandali e per entrare in sala camminano completamente scalzi. In casa manca l’acqua, per fare la doccia bisogna chiederla. Mancano carta igienica e lo sciacquone è a base di secchiello d’acqua. Mi tornano in mente i racconti dei miei familiari nella casa di campagna di prima metà ‘900.

In tutto questo scorgo ancora quei volti sorridenti, pure se non a primo impatto, quegli occhi che sono come i miei, scuri e pieni di speranza. Come può esserci speranza in un posto simile?

 

 


 

 

Povertà e benessere

Giorno 4

Accompagno i medici nel giro in ambulatorio: le stanze sembrano dei garage dove le madri in nero devono portarsi le coperte per dormire nello stesso letto dei figli che sono in degenza. Parlando insieme al giornalista mi fa notare che gli uomini non vedono una donna fino al giorno del matrimonio: oltre lo sguardo non traspare nulla, indossano persino i guanti neri. Proseguo le misure della mattina e ogni volta devo uscire fuori insieme all’assistente medico per reclutare volontari da testare. Ad un certo punto una signora o forse una signorina, non posso dire l’età perché il velo da lei indossato me lo impediva, vorrebbe prestarsi ma prima tira fuori il telefono: il collega mi spiega che sta chiamando il marito per chiedergli permesso di entrare da sola in stanza con me. Inizialmente non capisco se l’interprete stia scherzando o parli sul serio: ha chiamato davvero suo marito per non incorrere nel rischio che lui si presentasse armato in sala. Forse sono estremismi, appartenenti ad un costume e ad una cultura ma sembrano scene drammatico grottesche. Devo effettuare riprese durante il test perché sono costretto a documentare e archiviare tutto: l’Iraq non è proprio a due passi e, se si è capito in quale fase è avvenuto l’errore, effettuare una nuova misura non è così agevole.

 

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Finalmente arriva la conferma di trasferimento presso la clinica specializzata in malattie polmonari: mi sento entusiasta e leggermente spaventato allo stesso tempo. Nella prima visita, scortato in macchina, il rientro nella cittadella ospedaliera non è stato scontato al varco militarizzato. La struttura medica è sontuosa e stona con il territorio di pochi metri distante. Il palazzo è nuovo, grigio e blu in mezzo al colore giallastro delle strade e delle case diroccate. Salendo per le scale noto che la ringhiera è in color oro e le piastrelle sono di un bianco perla. Giunto nella sala che mi viene offerta per le nuove misure scorgo Nasirya dietro quel vetro a parete, scorgo il nulla. Già un terzo piano ti permette di vedere fino a centinaia di metri distante. Le attrezzature sono ordinate e pulite e si respira un clima di benessere in forte contrasto col resto del quartiere. Questa volta mi occupo di segnale vocale per il riconoscimento di tumore ai polmoni e subito arriva la paziente dalla sala affianco. Ora ho persino due assistenti ingegneri per svolgere il test, i bicchieri di plastica e l’acqua sono addirittura in eccesso. L’abbondanza di acqua in questa città non è da sottovalutare, può esser indice di ricchezza. Nell’attesa del successivo paziente i due ingegneri iracheni mi chiedono quale sia la principale differenza fra i nostri paesi: purtroppo non sono ancora in grado di rispondere perché sono rimasto chiuso in uno sgabuzzino ospedaliero per 3 giorni, ancora non ho visto nulla della città se non le persone in attesa di intervento chirurgico. Mi chiedo come possano esserci ricchezza e povertà a un metro di distanza, un piede dentro il nuovo palazzo e l’altro poggiato sulla strada di terra.

 

Permane la gentilezza degli assistenti, ora ancora più attenti: spiegano al paziente con molta calma il test che verrà svolto, utilizzano scene della quotidianità per far comprendere i suoni. Ad un certo punto capisco che fanno riferimento agli urli della madre quando chiama il figlio, lo capisco dalla mimica e loro si divertono. A fine test mi consigliano di salutare e incoraggiare il soggetto.

 

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Dopo qualche minuto uno dei due assistenti mi avvisa che deve pregare, pone un tappetino per terra, si toglie camice e scarpe, ripete una sequenza di gesti: prima sta in piedi poi si china e per ultimo si inginocchia fino a poggiare la testa al suolo. Non capisco cosa dice ma noto che mentre prega mi guarda: di nuovo in piedi, chino, giù per terra. Prega Allah e si pone le mani in testa. Sono gesti di prostrazione completa mentre attorno gli altri proseguono il loro lavoro. Quanti hanno persino timore di esternare la loro confessione e si sentono in imbarazzo?

 

Nell’attesa del successivo soggetto, mi invitano ad assistere al prelievo di un campione polmonare per la biopsia: si tratta della stessa signora misurata pochi minuti prima. La sonda passa attraverso la via nasale arrivando fino ai polmoni: con la camera posso vedere quelle corde vocali che in contrazione e distensione causano differenti suoni: quale è la voce che preferite? Quella della madre, del padre, del coniuge, fidanzato/a, dei figli, degli amici?

 

 

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La signora distesa a letto perde della sua fisionomia attraverso la camera, si riduce ad un condotto a pareti pulsanti secondo l’atto respiratorio. Da un tunnel principale cominciano a diramarsi vie periferiche sempre più sottili, di color rosa, fino a comparire le prime macchie tumorali. Provo una strana eccitazione nel ripensare agli studi della meccanica delle strutture, chissà se avessi intrapreso quella strada: forse sarei ugualmente in Iraq per la meccanica della ventilazione applicata alle malattie polmonari.

 

I pazienti della nuova clinica, sono ben vestiti, sono meno nervosi perché la voce della segreteria li chiama uno alla volta per la visita: sembra una qualsiasi clinica italiana.

Come è possibile tanta differenza di benessere a pochi metri di distanza?

 

 

 

All’interno di un paese islamico

Giorno 5

 

Se mi avessero chiesto cosa portare per questo viaggio probabilmente avrei risposto l’essenziale. Cosa è l’essenziale? Biancheria, sapone e asciugamano, igiene per il corpo in generale poi vestiti in base all’ambiente. Dopo questo avrei scelto la cavetteria per la ricarica del telefono, del computer, della macchina fotografica, dei sensori per le misure da svolgere. Trovandomi nuovamente alla clinica specializzata, fra una misura e l’altra il mio collega ingegnere mi chiede 10 minuti di pausa per poter pregare: tira fuori il tappetino, pone una pietra in terra e ripete la sequenza di gesti. Ecco se mi chiedessero ora cosa portare risponderei la Bibbia o almeno il Vangelo. Dico questo non solo per aspetto personale ma anche per riferimento culturale. Mi trovo in Iraq, nella terra che un tempo si chiamava Mesopotamia, la terra dei fiumi, dove sono sorte le culture (che abbiamo studiato alle elementari ponendo le basi della conoscenza) dei Sumeri, dei Babilonesi e degli Assiri: come non ricordare la terna di Ur, Uruk e Babilonia? Ecco Ur si trova a pochissimi chilometri da qui. Il fiume Eufrate è a poche centinaia di metri e il Tigri solo a poche centinaia di chilometri.

 

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Imperi e dominazioni di stampo cristiano e islamico si sono alternate fino al permanere della seconda, conflitti bellici si sono susseguiti con il pretesto di armi nucleari in un paese che fino a 30 anni fa non aveva nemmeno la corrente elettrica nelle città secondarie. I bagni sono alla turca e le strade sono di terra, gli spazzini che puliscono le piazzole degli incroci in cemento sono scalzi mentre lanciano il getto d’acqua. E’ un paese in cui un litro di benzina ha un costo italiano di 30 centesimi per litro e l’acqua potabile si trova in confezione da yogurt per quanto è carente. I letti di corsia ospedaliera sono una coperta per terra o addirittura un camice monouso sul quale ci si distende. E’ un paese in cui se vuoi ottenere attenzione te la devi prendere con insistenza, in cui anche il dirigente di una clinica privata mangia insieme ai colleghi nella sala d’attesa senza posate: ho mangiato con lui nella stessa porzione, nemmeno si può chiamare piatto. La gestualità è ancora più accentuata che in Italia come anche il contatto fisico. Gli operatori sanitari di sesso femminile non incrociano mai lo sguardo degli operatori di sesso maschile così come anche l’assistente di sala non ha mai alzato lo sguardo in mia presenza. Solo ora comprendo il valore dell’offesa fatta dal giornalista verso il presidente americano quando gli lanciò una scarpa. Come può un paese simile aver progettato armi nucleari 20 anni fa?

 

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Un amministrativo della clinica mi parla, mi chiede della mia provenienza, mi scambia per filippino: nemmeno qui mi prendono per italiano. Ad un certo punto chiedo all’amministrativo: cosa pensate degli italiani? Come li vedete? Cosa accade davvero quel giorno del 2003 al primo degli attentati a Nasirya? Lui mi risponde che gli italiani sono tutti ben visti e che fu un gesto insensato, che la dinamica fu come quella scritta nei giornali, che fu colpa di estremisti. Mi è sembrato che dovesse quasi giustificarsi, che provasse un certo imbarazzo nel rispondere: non è come chiedere ad un tedesco di spiegare il nazismo? E se a noi italiani ci chiedessero di spiegare le alleanze militari compiute durante le campagne o i conflitti bellici?

Ripenso a quella Bibbia che non ho con me, forse la preferirei in aramaico tradotta in greco: qui non esistono i caratteri europei a meno che qualcuno non abbia ricevuto una istruzione dedicata. Lascio il mio biglietto da visita ma non lo sanno leggere: come per noi i caratteri arabi sono incomprensibili così per loro quelli italiani.

Ripenso a quella Bibbia e sento che è un riferimento al quale ci si può aggrappare quando ti senti lontano dalle tue origini eppure Abramo è proprio di questa città, Nasirya – Ur. Il giovane assistente ingegnere mi chiede quante volte ci confessiamo, supponendo una volta al mese: rispondo che è molto variabile, chi ogni settimana, chi una volta al mese o chi una volta all’anno e lui resta sbigottito, gli viene quasi da ridere. Gli chiedo nuovamente cosa e chi prega: mi risponde Dio, il Dio di tutte le cose, prega con i passi del Corano che sono gli stessi per tutti i giorni ma variano in base ai momenti della giornata.

Voi cosa portereste per un viaggio simile?

 

 

I costumi e la terra della Ziqqurat

Giorno 6

 

Quando si entra in casa oppure in una sala bisogna andare scalzi: chiunque deve togliersi le scarpe e lasciarle alla porta. All’inizio questa usanza mi ha stupito, soprattutto per gli odori che vengono emanati. Chi abita il posto va in sandali e senza calze, cammina a piedi nudi sia a casa che in ospedale. Si nota subito che le scarpe, quasi tutte di colore scuro, sono in realtà bianche per la polvere e la sabbia della strada. Spesso capita di lasciare le proprie ciabatte in un posto e poi di non ritrovarle: qualcuno le prende in prestito momentaneamente e poi le riporta. Ci sono ciabatte all’ingresso di ogni bagno e sono di utilizzo comune: utilizzare un bagno alla turca da scalzi è impensabile eppure può esser la normalità. Nello stesso lavandino si usa l’acqua per il tè, per lavarsi, per lo straccio del pavimento.

 

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Nelle città secondarie dell’Iraq non si mangiano fette biscottate o biscotti a colazione, né un panino a pranzo né pane a cena: si mangia il sammons, una specie di sottile focaccia che si apre con le mani e si riempie in base al pasto. A colazione non sono mancate marmellate e nutella (da tipico gruppo italiano) e soprattutto non poteva mancare la dipendenza più forte: il caffè. Un compagno di stanza ogni sera prima di dormire prepara la macchina elettrica affinchè al risveglio tutta la camerata possa ricevere quelle fatidiche quattro lacrime amare. Forse nella valigia avrei messo anche una busta di caffè: ve l’immaginate risvegli senza quel sapore inconfondibile? Diffusissimo e popolare è il tè, lo si beve ogni momento della giornata e diventa anche uno spazio di aggregazione. Come in Italia ogni famiglia, ogni casa, ha una caffettiera così è diffuso il bollitore.

 

Oggi ci conducono finalmente alla Ziqqurat, la piramide irachena del 2100 a.C.: l’emozione iniziale contrasta col panorama circostante. Ai lati della strada si estendono interi campi di immondizia, alternati tra pozzanghere piovane e detriti, nei quali si inseriscono i tralicci della centrale elettrica vicina. C’è solo una via in mezzo a questa discarica a cielo aperto e si susseguono i posti di blocco militarizzati: soldati armati scrutano dentro l’auto e poiché siamo già stati identificati una volta e siamo accompagnati da un locale, non ci viene chiesto il passaporto. Ad ogni posto ci sono jeep blindate con mitragliera sopra il tettino, ad un certo punto noto anche un carro armato parcheggiato. Mura di difesa e filo spinato sono i residui di un periodo di rivolte civili fra le etnie dello stesso paese, fra l’Iraq e la dominazione inglese, fra Iraq e USA.

 

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La ziqqurat mi delude un po’, una buona parte della parete è stata ricostruita nel periodo di governo di Saddam Hussein: il dittatore pensò bene di parcheggiare aerei militari vicino la piramide credendo che non sarebbero stati colpiti.

 

Stavolta mi sono potuto recare a piedi alla clinica specializzata: costeggiando il muraglione della cittadella sanitaria ad ogni varco trovo le divise militari con al braccio un mitra. Guardando i manifesti e le icone capisco che è ancora presente la cultura militare imposta decenni fa. In Italia si può trovare l’icona di Falcone e Borsellino su qualche muro mentre a Nasirya ci sono le icone di generali assassinati. Si vedono manifesti in cui compaiono giovani in divisa per la leva militare. Ad ogni grande incrocio si trova una postazione di polizia o militari: uno degli elementi a favore degli attentati sono le grandi e dritte strade nelle quali il veicolo può raggiungere elevate velocità senza poter esser bloccato, grazie anche al suo contributo inerziale. La struttura era sia tempio per i sacerdoti, il punto di contatto fra umano e divino, sia deposito al suo interno delle riserve alimentari.

 

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La sfortuna vuole che inizi a piovere così abbiamo pochissimo tempo, i medici devono inoltre riprendere il prima possibile l’importante attività di sala operatoria. Da parte mia spero di completare lo scarso bottino di soggetti trovati: pensare in italiano, parlare in inglese, sperare che la conversione in arabo sia corretta e viceversa. Guardo quei 30 metri di altezza ma non ho abbastanza tempo per apprezzarne il valore, peccato.

 

 

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Passando per le vie del quartiere mi rendo finalmente conto dello stato di povertà: case abitate con mura crollate o incompiute, fili aggrovigliati da un palo all’altro. Non esiste un sistema fognario ma nei casi più fortunati ci sono dei solchi in cui si accumula l’acqua piovana mentre nei casi peggiori ci sono solamente enormi pozzanghere piene di urine. Guardo le insegne dei servizi, non capisco nulla salvo la sigla del titolo professionale in inglese. I locali passano e le persone discorrono vicino a quelle pozzanghere nel modo più naturale possibile: ci si può abituare davvero a tutto? Il servizio pubblico è in realtà un furgoncino arrugginito, senza paraurti dal quale scendono in fila le donne coperte di nero.

 

Eppure dopo una settimana a contatto con le persone misurate all’interno dell’ospedale e insieme agli assistenti locali ho constatato nuovamente che dove c’è più povertà c’è anche più umanità.

 

 

Tra amore e rispetto alla fine del viaggio

Giorno 7

 

 

Arriva l’ora di cena e ci portano fuori, caso vuole che io capiti seduto vicino l’interprete di italiano-arabo. Dopo aver provato alcuni piatti, l’immancabile sammons, la focaccia e il riso con le salse, dopo aver scoperto che il kebab è completamente diverso da come lo conoscevo finalmente giungo alla domanda finale: come è vissuto l’amore in Iraq? Come si corteggia una donna? Come è il fidanzamento prima e il matrimonio poi? L’interprete è una persona molto alla mano, molto schietta ed è contento di descrivermi i passaggi. Nelle città secondarie, dove il senso locale di rispetto è più marcato rispetto che alla capitale Baghdad, non esiste l’idea di corteggiamento come in Italia: se ti piace una ragazza non puoi invitarla ad uscire subito. Da quando esiste il telefono puoi sentire una ragazza tramite chiamate ma all’insaputa della famiglia e la sera escono solamente i maschi.

 

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Guardandomi attorno, ripensando al percorso fatto a piedi, ripensando sia ai bar che alla strada c’erano effettivamente solo uomini. La donna può uscire soltanto dopo che è stata presa in sposa e insieme al marito. E’ concesso di uscire la sera solo alle donne che devono farlo per professione come dottoresse, farmaciste o alle maestre che rientrano da scuola nel tardo pomeriggio. Ripenso all’assistente della clinica specializzata o dell’ospedale e a tutte le volte che non hanno mai incrociato il mio sguardo o al più lo hanno abbassato, ora riesco a comprendere meglio. Non c’è una esatta fase del fidanzamento ma il pretendente arrivato il momento, può rivolgersi al padre e chiedere in sposa la figlia: a quel punto il genitore può rifiutare qualora non lo ritenga degno. In caso positivo invece il padre al pranzo del venerdì, simbolicamente equivalente alla nostra domenica, annuncia a tutta la famiglia prima e agli amici e al vicinato poi che la figlia è stata chiesta in sposa in modo che tutti lo sappiano, dal primo all’ultimo.

 

ragazzo

 

Il modo di esternare le emozioni è più marcato che da noi: purtroppo due notti fa rientrando la sera ho avuto il dispiacere di apprendere della morte di un bambino. Arrivato alla casa ospitante ho sentito urla provenire dalle donne sedute per terra, l’ospedale è infatti a pochi metri. Tutte le donne in nero piangevano e le loro grida erano così forti che mi hanno trapassato orecchie, corpo e mente. Sono rimasto scosso dalla forza di quel dolore. Quando arrivava un’altra donna per unirsi al lutto, camminava a braccia aperte emettendo parole che non comprendevo ma intuivo. Ritornando all’amore, ho poi chiesto cosa accade quando un pretendente ci ripensa e l’interprete cambia espressione facciale. In questi casi sono guai perché o viene pagata una indennità per il danno causato equivalente a 100 mila euro oppure la famiglia dell’offesa ha il diritto di usare le armi.

 

entrata

 

Resto sbigottito, chiedo il fondamento di questo diritto e mi risponde che non è scritto in nessun codice ma è una questione di rispetto che tutti sanno. Mi racconta anche come a Bagdad invece il clima sia più libertario, l’abbigliamento è meno restrittivo e si hanno rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Esistono anche le prostitute ma non per strada, non si mostrano in giro ma lavorano di nascosto. Una volta sposati la donna può uscire in giro insieme al marito ma soltanto con lui, salvo quando il lavoro lo richiede. Mentre l’uomo lavora tutto il giorno la donna si occupa della casa e della famiglia. Di fronte a queste descrizioni resto stupito perché sono le parole di un locale vissuto anche in Italia per diversi anni. In modo differenziale cerco di comprendere il meccanismo rifacendomi al senso di rispetto che si poteva avere nei piccoli paesi di campagna di inizio ‘900. Mi racconta anche che in Iraq c’è un’usanza dopo aver fatto l’amore: mentre l’uomo si riposa o dorme, la moglie prepara un piatto a base di focaccia insieme a tè con molto zucchero in modo che il marito possa riprendere le energie. Se agli amici rispondi che hai mangiato quel piatto per merenda allora ti dicono che hai fatto l’amore.

 

Vorrei raccontare di più di questo viaggio ma siamo giunti alla fine. Vorrei descrivere l’emozione della partenza e per l’obiettivo della missione di ricerca, la differenza del tramonto italiano rispetto a quello iracheno. Nell’aeroporto italiano trovi grandi firme, a Nasirya la marca di abbigliamento vicino al gate è la CAT per indumenti manovali. Vorrei descrivere l’emozione di aver compiuto 30 anni in volo tra la Giordania e l’Arabia Saudita mentre tutti dormivano e la mia famiglia e gli amici erano lontani. Il sole in Iraq sorge in mezzo a una distesa di terra e deserto, la vegetazione verde è completamente assente, sembra di rivivere i paesaggi del Re Leone. Ho scoperto la profonda differenza nel concepire pulizia e igiene degli ambienti e delle persone, manca una cultura che promuovi il buon senso.

 

controlli

 

Gestualità e sonorità sono amplificati, i giacimenti petroliferi hanno in realtà impoverito il paese perché sono a beneficio solo di una piccola parte della popolazione, lasciandone i detriti in mari di immondizia e gomme abbandonate. Ho scoperto che il primo problema è stata proprio la lingua coi caratteri arabi che non capivo assolutamente e tutte le persone che ho misurato non parlavano inglese, per questo mi sono dovuto affidare ad un interprete. La sensazione è sgradevole, è come scoprirsi analfabeti ma anche sordomuti. Ho scoperto la aumentata umanità delle persone più povere. Attraversando quelle strade di terra e sabbia ho notato le icone di generali passati molto più popolari di Falcone e Borsellino. Le case sono incompiute o disastrate, senza sistema fognario. Tutte le donne sono vestite in nero ed è molto comune, praticamente normale, incontrarne col velo a tutto il volto e persino coi guanti neri alle mani. E’ normale che ogni ora salti la corrente, sia in ospedale che nella clinica privata.

 

pc

 

Chi può permettersi di pagare ha un enorme vantaggio. Ho scoperto una radicata religiosità delle persone durante il lavoro, in modo sistematico e anche devoto. Ho provato finalmente veri narghilè, tè, kebab. Camminando per strada ho incrociato le uniformi di poliziotti e militari con al braccio la mitragliatrice, così frequentemente quanto i venditori ambulanti ai semafori, indice di un passato ancora presente e cosciente. Passando per strada tutti si voltano a guardare noi italiani perché in questa città non ci sono turisti, sono una rarità, la guerra ha annientato il turismo. Nonostante la povertà e le malattie a elevata incidenza ho ricevuto molti più sguardi e sorrisi di quanti ne possa incontrare nella quotidianità italiana.

 

Gli assistenti locali si sono prestati sempre sorridenti ed è lì che ho trovato quella speranza che non potevo concepire, fra le mani delle persone che ho misurato: nel saluto si pone la mano al cuore, in segno di rispetto, sempre. E’ comune fra gli uomini tenersi per mano, come segno di fratellanza, anche nel luogo di lavoro.

 

ponte 

 

Vorrei raccontare di più, dare altro tempo agli attimi vissuti, descriverli più accuratamente, sentitamente ma il tempo è finito e vi ringrazio per avermi seguito. Spero di tornare un giorno in Iraq sia per vacanza che per lavoro perché a me questo viaggio è piaciuto proprio, sono un nostalgico cronico.

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Data pubblicazione : 09/03/2018 03:10
Scritto da : Antonio Pallotti
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