Il punto di Antonio
Cosa cambia con una nascita?

Il giorno di Pasqua è nato mio nipote: mi sono recato all’ospedale Murri di Fermo, percorrendo il corridoio di ostetricia e ginecologia ho cercato la sua stanza e finalmente l’ho visto. Ho visto quel corpicino mentre dormiva, vestito di celeste se ne stava in quella culla così tranquillo, così profondamente calmo: ogni tanto aveva piccoli scatti motori, forse stava già sognando, peccato non potesse ancora raccontarlo. Di fronte a tanta bellezza umana sono sprofondato in mille pensieri laceranti.

Cosa cambia con una nascita?

Siamo in grado di prenderci cura di un’altra vita? Siamo in grado di farlo per il resto della nostra vita, giorno e notte, feriali e festivi, quando piove e quando c’è il sole, durante le ferie? Che vuol dire prendersi cura di una persona?
Sono rimasto lì per minuti interi ad osservarlo, aveva solo 6 ore di vita. Ogni ora si sommava come i primi millesimi di secondo si sono sommati per formare l’universo dal tempo zero.
Ho pensato a Maria di Nazareth, cosa ha provato da sola nella grotta? Quali pensieri l’hanno travolta? Ho pensato a Giuseppe, quale paura di fallire ha provato?


Come i magi si sono recati a portare il saluto ai genitori e ad ammirare il bambino, così i familiari si recano presso il nato, la mamma e il papà ovvero la famiglia. La nascita di un figlio porta gioia, una gioia naturale all’interno di ciascuno. Una nascita porta nuove speranze, porta una vita che può esser costruita da zero. Spesso capita che un adulto percepisca dei fallimenti nella propria vita: sono fallimenti professionali, relazionali, addirittura sentimentali. Un adulto che diventa genitore non vuole che anche il figlio sia soggetto a questi fallimenti e fa del tutto per proteggerlo, per evitare che li viva. Se portato all’estremo questo comportamento arriva ad essere apprensione che viene trasmessa quotidianamente al figlio sotto forma di paura. Vorremmo crescere un figlio che sia in grado di porre domande di senso, che sia capace di valutare e scegliere autonomamente oppure un figlio che opera scelte solo per allontanare la paura?


Vi racconto un esperimento sulla paura trasmessa ai figli. Sono stati presi dei topi di laboratorio, ogni volta che veniva fatta odorare loro la menta, ricevevano una scarica elettrica quindi una esperienza dolorifica e di paura. Il topo ha imparato ad associare l’odore della menta alla paura. Al momento della nascita, i figli topi non avevano alcuna esperienza dell’odore della menta e della scarica elettrica. Quando al figlio topo veniva fatto odorare la mente, il livello di stress del ratto(quantificabile con il livello ematico di corticosterone) aumentava. Come è possibile che ci sia stata una stessa reazione pur mancandone l’esperienza? In questo caso pure se con un esempio di laboratorio, pure se i soggetti sono dei topi, pure se ci sono molte condizioni, si cerca di dimostrare l’ereditarietà di certe esperienze dolorifiche e di paura. Lo studio è stato condotto principalmente per comprendere perché i figli dei sopravvissuti all’olocausto avessero certe disturbi di ansia non riconducibili solamente al racconto dei genitori.
Ho parlato di questo esperimento perché il nostro comportamento, il comportamento di un genitore è più invasivo di quanto potremmo immaginare.
Non vorremmo esser migliori solo perché una persona ci sta guardando giorno per giorno e sappiamo che assorbirà tutto di noi, nei primi anni di vita, come una spugna trattiene l’acqua?


Altri esperimenti cercano di dimostrare l’ereditarietà dei vizi come alcool, tabagismo e alimentazione sregolata. Questo meccanismo viene descritto con la trasmissione del complesso dei geni al figlio e durante lo sviluppo del figlio un gene trasmesso può essere attivato oppure no in base a circostanze e disposizioni.
La prima esperienza di amore che fa un figlio è all’interno della famiglia ovvero il primo nucleo sociale. Se una coppia è abituata a relazionarsi in modo impulsivo nella quotidianità, con urla e gelosie, come potrebbe crescere il figlio? In realtà oltre al contesto familiare subentrano anche altri fattori ambientali ed esperienziali come le amicizie, le figure di riferimento, le attività. Il bambino in crescita assume come primo modello relazionale quello familiare e lo estende agli altri spazi, adattandolo.


Quando si dice “sei uguale a tua madre”, è vero solo per il rapporto madre-figlia ed è meno veritiero per il rapporto padre-figli. Una madre trascorre molte più ore col figlio e il problema maggiore è nella trasmissione della depressione. Un altro esperimento tramite l’utilizzo della risonanza magnetica ha verificato che il volume di materia grigia del sistema cortico-limbico (deputato ai cambiamenti di umore) nella madre e nella figlia presenta fortissime analogie piuttosto che in tutti gli altri casi (madre-figlio, padre/figli). In questi casi è utile avere il supporto da parte di una rete sociale, che sia quella di quartiere, di parrocchia, di amicizie: il supporto aiuta soprattutto il compagno che a sua volta può aiutare meglio la madre. Questi esperimenti sono solamente descrittivi di un meccanismo, non riescono a fornire una spiegazione antropologica, sociologica e psicologica quindi vanno presi con le pinze ma sono utili spunti.


Guardavo mio nipote e in quei pochi secondi avevo tutti questi pensieri e la sola idea che potessero durare una vita intera mi ha spaventato ancora di più. Ho pensato alla normativa e ai diritti durante la maternità e la paternità. Alla maternità surrogata, alla fecondazione assistita, all’affidamento, all’adozione e a come, in questo ultimo caso, la trasmissione delle paure non possa più avere un modello genetico ma relazionale. Mi sono venute in mente le mamme social, il cambiamento dell’anatomia femminile durante la gestazione, le donne che corrono ai ripari immediatamente dopo il parto. Un altro studio dimostra come mediamente un padre ingrassi di 2 kg per ogni figlio: le cause sono più responsabilità e meno attività sportiva, più lavoro e una peggiore alimentazione. Gli uomini di pari età ma single non sono soggetti allo stesso declino fisico.
Guardavo quella vita respirare, ne sentivo l’odore e in una donna l’odore dei neonati attiva le aree cerebrali della soddisfazione: è sufficiente questo per dire perché un bambino porta gioia?
L’ho preso per mano, anzi lui mi ha preso per mano perché le sue cinque dita potevano stringere solamente una mia falange: così piccolo e debole, per quali cause patologiche una madre abbandona i figli? Addirittura ne determina la morte?


Svanendo piano piano quella immagine aurea della grotta di Nazareth ho sentito i discorsi attorno, per qualche minuto effettivamente ero così concentrato su di lui che mi ero scordato dello spazio circostante. Ricordate i discorsi fatti attorno al letto quando è nato vostro figlio, fratello o nipote? Ricordate la gioia e la speranza che avete provato? Che fine hanno fatto? Perché spariscono poi con gli anni? Non dovremmo esser capaci di amare come in quel primo giorno? Forse questo è uno dei regali, dei cambiamenti, che ci vengono dati: quando nasce un bambino, che ci siano paura ed ansia, che ci siano emozioni ed aspettative, amiamo senza condizioni quella vita e vorremmo proteggerla con tutti noi stessi. Non dovremmo essere sempre così, prendendo spunto proprio da quel primo giorno?

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Data pubblicazione : 08/04/2018 16:52
Scritto da : Antonio Pallotti
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