Il punto di Antonio
IL PUNTO DI ANTONIO - Sulla memoria condivisa: tra epistemologia, neuroscienze, artificial memory system e relazione interpersonale

Luca Arcangeli, filosofo, collaboratore del FITSTIC – Bologna e vincitore del X Workshop SISRI, ci parla della memoria condivisa: la memoria che è intima, personale, individuale può essere condivisa, pubblica, interpersonale?

 

IL PUNTO DI ANTONIO - Sulla memoria condivisa: tra epistemologia, neuroscienze, artificial memory system e relazione interpersonale

Nella epistemologia della memoria ci si interroga su come distinguere un ricordo da un contenuto di pura immaginazione. David Hume (empirista inglese,1711-1776) sostiene che la caratteristica che permette questa distinzione è la vivacità. Secondo Hume infatti il ricordo ha una vivacità maggiore rispetto il contenuto di sola immaginazione. A determinare la maggiore vivacità del ricordo è l’impatto con l’esperienza della realtà. Una persona è però capace di immaginare contenuti tanto forti quanto un ricordo e si potrebbero quindi avere esiti scettici. 

 

Bertrand Russell (1872-1970) riprende la teoria di Hume e basa la caratteristica distintiva non sulla vivacità intrinseca della rappresentazione ma sulla credenza che il contenuto mentale sia effettivamente un ricordo, un fatto. Tuttavia questa associazione estrinseca di credenza a contenuto mentale è volontaristica e non è nota su quale base viene fatta l’associazione.

 

Thomas Reid (1710-1796), contemporaneo di Hume, diceva che “Abbiamo una conoscenza immediata di cose passate, i sensi ci danno un’informazione delle cose dato che esistono nel momento presente, questa informazione se non fosse preservata nella memoria svanirebbe all’istante e saremmo ignoranti come se non fosse avvenuta alcuna esperienza”. Il ricordo conserva quindi un’informazione di un fatto della realtà, è necessario aprire il ricordo ad un contenuto della realtà altrimenti non si può uscire da esiti scettici.

 

Le neuroscienze riguardo al tema della memoria e del ricordo parlano di tipi di memoria e non di una sola: la memoria sensoriale serve a far lavorare i sensi sui contenuti esterni che esploriamo costantemente. La memoria a breve termine, quella del lavoro, è quella di quando ci viene dettato un numero di telefono e lo trascriviamo salvo dimenticarlo subito dopo. La Memoria a lungo termine è quella su cui filosofeggiavano Hume, Reid e Russel. La memoria a lungo termine può essere suddivisa in memoria implicita o anche detta procedurale, quella tipica per imparare ad andare in bici o in macchina. La memoria procedurale è una memoria incarnata, che si fa corpo. Le prime volte abbiamo bisogno delle lezioni di guida per imparare a guidare l’auto successivamente non abbiamo bisogno di richiamarla coscientemente quando guidiamo o suoniamo uno strumento musicale. E’ come se quella conoscenza si fosse incarnata nel nostro corpo.

 

Accanto la memoria implicita c’è quella esplicita ed è quella per esempio di quando impariamo i contenuti per un esame universitario. Dobbiamo fare un bello sforzo e dobbiamo pensare bene quello che abbiamo studiato, è una memoria esplicita dove il soggetto ha un controllo cosciente. La memoria cosciente esplicita è detta anche dichiarativa ed è suddivisa in episodica e semantica. La memoria semantica è quella dell’esame universitario, quella episodica invece è una memoria autobiografica, che ricorda i fatti della nostra vita. La distinzione tra episodica e semantica può esser messa in discussione: posso ricordare il contenuto del teorema di Pitagora e allo stesso tempo questo ricordo può essere intrecciato in modo inestricabile al ricordo del maestro delle elementari, della mia vita del tempo elementare. Teoricamente semantica ed episodica sono distinte ma praticamente i due tipi di memoria sono intrecciate.

 

Gli studi sulla plasticità neuronale a partire dagli anni ’70 hanno appurato che da un punto di vista di architettura del cervello, i ricordi risiedono nella capacità dei neuroni di rafforzare i loro collegamenti sinaptici l’uno con l’altro. C’è un elemento di rafforzamento dell’architettura cerebrale nel processo del ricordo, della creazione del ricordo.

In letteratura scientifica alcuni autori fanno paragoni arditi come il calcolo della capacità di memoria del cervello: si dice che il cervello umano possa tenere tra i 500 e i 1000 terabyte. Su cosa si basa però questa associazione? Si basa su associare un byte ad un collegamento sinaptico. Si vede quanti collegamenti sinaptici ci sono nel cervello e dunque si fa il conteggio. Di per sé però non possiamo quantificare il ricordo umano.

 

Una immagine digitale pesa diversi kilobyte su un computer, il contenuto di questa immagine, quando ne abbiamo appreso il concetto, nel cervello quanti collegamenti sinaptici pesa? Non lo sappiamo, non lo possiamo dire. Il paragone tra memoria dei computer e memoria umana, è un paragone che lascia il tempo che trova, non sappiamo dire quanto è la nostra capacità di memoria, quanto pesino i concetti materialmente, non sappiamo individuare i ricordi nel cervello.

 

Uno degli aspetti fondamentali della memoria è la relazione con l’ambiente. Noto è l’esempio di Marcel Proust (1871-1922) in “Alla ricerca del tempo perduto”. L’atto di mangiare la madeleine rievoca un ricordo sopito di esperienza della sua vita da bambino. Non avrebbe potuto avere questa esperienza di rievocazione del ricordo se non mangiando quella madeleine. Nella vita quotidiana sperimentiamo frequentemente l’evocazione dei ricordi in modo non volontario, è come se il possesso di qualcosa che è molto intimo e personale non fosse del tutto nostro. Non possiamo rievocare ricordi a comando.

Alcuni ricordi molti intimi vengono rievocati dall’ambiente esterno senza il nostro controllo. Pensate a quando si ritorna in luogo molto caro in cui non eravamo stati per molti anni. Proviamo fascino per il panorama di contenuti mentali, di vita passata, per le informazioni che non avremmo potuto rievocare in alcun modo se non rifacendo quella esperienza, se non ritornando in quel luogo: è come se una parte di noi fosse rimasta lì ma noi non ci siamo mai stati.

 

L’uomo è stato capace di imbrigliare questa capacità dell’ambiente di suscitare ricordi: in letteratura si parla di Artificial Memory System (AMS), sistemi artificiali di ricordo.

Pensiamo alla tavoletta mesopotamica, alla scrittura cuneiforme. Queste prime forme di scrittura sono nate per motivi pratici. Il magazziniere del granaio per tenere a memoria tutti i pacchi di grano che entravano e uscivano, quanti ce ne erano, chi li aveva presi, ha esternalizzato la capacità di trattenere contenuti mentali e la capacità dell’ambiente di suscitare in lui ricordi. Non ha bisogno di tenere tutto nella sua memoria perché andando a rivedere la tavoletta si ricorda: Tizio aveva portato due pacchi di grano la scorsa settimana e li ho dati poi a Caio. Dobbiamo individuare un codice ma dobbiamo anche saperlo altrimenti se non conosciamo la scrittura cuneiforme, non sappiamo decifrare l’informazione contenuta in quella tavoletta.

 

Pensiamo a Google Maps, prima dell’arrivo dei navigatori per arrivare in un posto dovevamo studiare la mappa, ricordarla e guidare. Oggi mettiamo la via e ci facciamo guidare comodamente, abbiamo esternalizzato la nostra capacità di studiare la mappa, di memorizzare la posizione e capire la nostra posizione nel mondo, in un sistema artificiale esterno a noi che fa tutto questo per noi. Noi non ricordiamo quasi più le strade se non rifacendole più volte.

 

Anche i monumenti sono artificial memory system. Pensate all’Arco di Augusto a Rimini, è un arco di trionfo di epoca romana. Questo monumento è un manifesto politico, nelle forme di questo monumento viene veicolato il concetto politico di pace romana (della pax di Augusto). Il portale è enorme e non può esser chiuso da nessuna porta. Nella sua maestosità vuol dire che la città è aperta al mondo, non ha bisogno porte per difendersi perché è l’impero a difenderla. Non c’è un testo scritto, questa informazione è impressa nelle forme marmoree dell’arco e queste forme vengono recepite dalla comunità che vive all’ombra di questo arco. L’arco di Augusto è ancora nello stemma del comune, è un simbolo della città. Si crea un rapporto biunivoco tra il monumento che fornisce identità alla città e la città che riconosce questa identità e la restituisce sul monumento stesso.

 

Se Rimini fosse una città fantasma, spopolata, nessuno potrebbe interpretare questo monumento, nessuno ne darebbe l’interpretazione e diventerebbe una nuda pietra. L’arco di Augusto è tale perché c’è una comunità che interpreta il suo messaggio e lo restituisce su di esso. Questo rapporto è biunivoco tra la comunità di interpreti e l’artificial memory system che custodisce l’informazione e la restituisce sulla comunità di interpreti.

 

Dove vive il ricordo? La base fisica sono le strutture neuronali del cervello, un’altra base fisica sono gli AMS che creiamo attorno a noi. Queste però sono basi fisiche. I nostri ricordi sono anche contenuti intenzionali come ci diceva Thomas Reid. Questi contenuti intenzionali hanno basi fisiche come il  cervello e gli AMS ma vivono anche costantemente condivisi nelle relazioni tra le persone e nella relazione con l’ambiente.

 

La relazione interpersonale è un elemento essenziale. Pensate ad una classe universitaria che ascolta il maestro mentre insegna. La classe col docente che spiega agli allievi è un esempio di memoria condivisa. C’è un flusso di informazioni dal maestro che insegna agli allievi che ascoltano, questo flusso di informazioni viene costantemente rigiocato nel dialogo fra maestro e allievi, questi contenuti diventano un patrimonio comune, un bagaglio condiviso, non sono solo rappresentazioni mentali dentro le teste dei singoli individui, è un qualcosa che esiste nella condivisione della comunità.

 

Abbiamo l’esigenza di creare una biblioteca, un supporto artificiale esterno: attraverso un supporto fisico il codice racchiude l’immensità delle produzioni del dialogo tra maestro e allievi.

Se facessimo l’esperimento mentale di porre una persona da sola nella biblioteca, chiudendo le porte e dicendogli di leggere tutti i libri che contengono tutto lo scibile umano allora si potrebbe dire che questa persona che ha letto tutto, è davvero sapiente? Ha letto tutto, ha una grande conoscenza nozionistica ma non ha mai giocato nel mondo queste nozioni nel dialogo interpersonale, non ha mai messo queste nozioni in dialogo con gli altri, in discussione in rapporto con altre visioni ed interpretazioni.

 

Platone, poneva la polemica contro la scrittura. Platone nel Fedro se la prende con la scrittura, ci sono alcuni contenuti che non possono esser affidati ad essa. Spesso banalizziamo dicendo “Platone, noi oggi riusciamo a leggerti, esiste una filosofia platonica perché di fatto hai affidato alla scrittura gran parte della tua riflessione”. “

La fissità del codice è fondamentale per tramandare l’informazione ai posteri, questa informazione non può rimanere solo nella fissità del codice. Un libro non può spiegarsi meglio, in modo differente, una persona invece sì. Quegli elementi, quelle informazioni conservate negli AMS devono essere reinterpretate da persone e condivise di nuovo tra persone. Le dottrine più importanti di Platone, le dottrine non scritte, i contenuti più importanti di Platone, quelli sul bene per esempio, non li affida a testi scritti ma li affida ai dialoghi interpersonali perché sostiene che il veicolo del testo scritto per quelle dottrine riesca a dare l’essenza di quello che vuole comunicare, del messaggio che vuole comunicare.

 

Gli AMS, che sono in rapporto biunivoco con delle tradizioni di interpreti (esempio di Arco di Augusto). Possiamo pensare alla Divina Commedia che crea una comunità di interpreti che nel tempo producono testi di critica (AMS), si crea una comunità che nel tempo porta avanti un patrimonio di contenuti, di informazioni e se li tramandano nel tempo. Ogni generazione umana non deve ricominciare da capo a reimparare tutto. La gran parte delle specie animali deve fare questo, ogni generazione deve reimparare da capo. Noi abbiamo questo concetto di tradizione. Esiste una tradizione di interpreti che si tramandano tra loro contenuti intenzionali, questi contenuti possono avere slittamenti semantici, anche perché il linguaggio naturale non è univoco ma è prestato all’analogia. Ci deve esser però una garanzia di traducibilità da un contesto all’altro.

 

In modo azzardato si può applicare questo schema sulla storia della chiesa: abbiamo una prima esperienza primigenia che da luogo alla creazione di AMS, ovvero i Vangeli, che a sua volta crea tradizione di interpreti che producono testi (i teologi e i dottori della chiesa), questa tradizione vive nei secoli però ci deve esser una garanzia della traducibilità tra i vari contesti. Noi contemporanei dobbiamo avere una garanzia di traducibilità, di continuità dello stesso messaggio.

 

Nella storia ci sono momenti in cui questa traducibilità si perde: pensate al geroglifico, abbiamo avuto bisogno di riscoprire la stele di Rosetta, per capire il codice geroglifico, per riscoprire l’informazione racchiusa, poteva esser perduta. E’ venuta meno la traducibilità.

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Data pubblicazione : 09/06/2018 19:40
Scritto da : Antonio Pallotti
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