Montegiorgio. Due ore di musica celtica e di storie sulla Sibilla incantano il pubblico. Un brand per la Marca

Da dove cominciare? Dal paesaggio, direi. Dalla terrazza che, sulla sommità del Pincio, con alle spalle la chiesa benedettina-farfense eppoi francescana, guarda l'entroterra fermano: la terra dei Cavalieri, dei Domini Contadini, fin su, fino alla Sibilla e alla Priora, al Vettore e al suo lago luciferino. Terre pagane e cristiane insieme.

Dai luoghi, direi. Come la sacrestia stupendamente affrescata di san Salvatore, nel ventre dell'ex complesso monastico di sant'Agostino. Dove spicca un calice impresso sulla volta. Ha qualcosa di magnetico. Fa pensare al Graal, in cui Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue di Cristo morente.

Dagli uomini, direi. Dai quattro degli OGAM: il gruppo che ieri sera ha incantato la foltissima platea del chiostro di sant'Agostino. OGAM non è un acronimo, è il nome dell'alfabeto celtico. E di musica celtica ci delizia Maurizio Serafini, che passa dalla cornamusa irlandese a quella scozzese, dai clarinetti cinesi ad una serie impressionante di flauti; Simone Cicconi alle tastiere; Angelo Casagrande al violoncello elettrico, basso elettrico, darabouka, cembalo, tamburo isole Mauritius, caxixi, bouzouki, shaker, bodhran, xilofono birmano; infine, Luciano Monceri alla chitarra acustica, chitarra elettrica, arpa irlandese, morin khoor, riq, bodhran, kantele nordico.

Non è, il loro, uno spettacolo musicale, è l'evocazione di un mondo passato eppure presente nei cuori. Gli occhi di tanti rilucono sotto le stelle che, sembrano ascoltare anch'esse. C'è una magia particolare che coglie tutti. E' come se gli OGAM avessero infranto gli argini del razionalismo ottuso per dare voce alla fantasia. Quella fantasia che, spiega bene lo scrittore e amico Cesare Catà, è quel qualcosa in più che sfugge a una cultura presente dimentica del mistero. La fantasia contiene mille saggezze in più, nuovi sguardi sulla realtà. La fantasia sono quei nodi che le fate sibilline da sempre lasciano sulla criniera dei cavalli bradi. Guai a chi li sciolga! Perderebbero tantissimo! Abbiamo perso tantissimo, sciogliendoli.

Catà evoca la Sibilla: fata e strega; i cavalieri erranti alla ricerca del senso della propria esistenza, come Guerino, come il sire di Paques, come i tanti giunti sui monti Azzurri dalla Germania, Inghilterra, Francia.

La musica dei celti ci parla d'Irlanda, quella regione d'Europa dove fu mandato il Meschino ad espiare. Monte Sibilla, Terra di Marca, Irlanda, Europa... Chi ha salde radici possiede ali potenti per volare in ogni dove. E par accogliere chiunque. Come fa Maurizio, passando da uno strumento tibetano ad una cornamusa scozzese.

Non è un concerto, dicevamo, è un modo di esistere che riprende vita e si anima nel grigiore di un nulla che avanza ma che può essere ancora contrastato. Sono i monti, i fiumi, la natura, le leggende e le storie, sono i balli, è il popolo, è la festa. E' la Tradizione.

Bravi, gli assessori Silvia del Bianco e Michele Ortenzi, che hanno accettato la sfida, che hanno lavorato a sistemare il locale. L'hanno vinta. la scommessa invitando gli OGAM e Catà. E la gente venuta - in numero impensabile - dice che nel nostro cuore alberga ancora un bambino, come quello della poesia di Yeats, un bambino capace ancora di stupirsi. E per questo di essere lieto.

Acattivante anche l'ultima parte dell'evento, con Franco Borgani che ha letto alcune lettere di padre Matteo Ricci, uomo aperto, uomo che abbracciò la Cina perché ben radicato nella propria fede e nella propria terra.

Terra di Marca, dunque, di fascino e di attrattiva: non uno slogan. Una realtà, invece, e bisognosa di cantori e di poeti. Il resto verrà. Sta venendo.


 

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OGAM, Sibilla, Cesare Catà, Guerin Meschino

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