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Casa Betesda e mensa de Il Ponte minacciate. Una bravata?

Oggi non racconteremo una vicenda di cronaca nera. Oggi parleremo di donne e di uomini che hanno volti ma rischiano di restare senza volto, di marginali che diventano progressivamente marginali estremi. Di persone destinate, sembra, a non esistere più civilmente. Sono stranieri, sono italiani, sono giovani e adulti usciti sconfitti dalle cure contro droga e alcol.

Di questa gente si occupa Casa Betesda, a loro fornisce un letto, un consultorio, un abito, una mano soprattutto. Di questa gente si occupa da oltre 20 anni l'Associazione Il Ponte, a costoro distribuisce pasti caldi, un vestito, una doccia.

Se, a Fermo, sotto la chiesa di S.Antonio  non ci fosse Casa Betesda, se non ci fosse la mensa de Il Ponte, se non ci fossero 120 volontari e decine e decine di sostenitori, la città sarebbe diversa, i nostri altri comuni sarebbero diversi. Incontreremo barboni per strada, lavavetri agli incroci, più scippatori, più "marginali estremi".

La grande intuizione di mons. Gennaro Franceschetti - volle lui Casa Betesda - si rivela funzionale alla comunità cittadina e a quella territoriale.

Non ci sono altre mense, non ci sono altre case di accoglienza nel Fermano. Eppure, quando il marginale arriva, quando arriva la donna con un volto senza volto, le assistenti sociali bussano alla porta di Casa Betesda, chiedono aiuto ai volontari, telefonano a Flavio Postacchini (presidente de Il Ponte), a don Vinicio Albanesi (delegato Caritas). La chiesa in prima linea, per la carità del Vangelo ma anche, conseguentemente, per tenere in "ordine", se così si può dire, un territorio.

Ora questa carità cristiana e quest'opera sociale hanno trovato dei contestatori. Don Vinicio li chiama "poveri figli", il dr Postacchini preferisce parlare di persone con problemi di disagio.

Chi siano non è dato sapere. Le forze dell'ordine stanno indagando. Quello che hanno fatto sì. Hanno imbrattato ripetutamente i muri della Casa, hanno rotto i vasi. Hanno fatto scritte idiote contro gli immigrati, hanno firmato con una celtica inneggiando al Duce. Una bravata! Sulle prime sembrava solo questo. Poi, una lettera: una specie di volantino lasciato sul cancello dell'edificio. In sintesi, il contenuto: chiudete mensa e Casa Betesda, andatevene, altrimenti a far chiudere ci penseremo noi. Stavolta è una minaccia, forse la punta di un iceberg, forse un possibile moltiplicatore di xenofobia. Sono scattate due denunce contro ignoti.

Postacchini una proposta l'ha fatta. Quando le forze dell'ordine avranno scovato questi "poveri figli", il giudice decida il loro recupero obbligandoli ad un periodo di volontariato a Il Ponte. Che vedano ciò che si fa, il lavoro svolto (20 mila posti l'anno), la pulizia che c'è. Che vedano - loro che inneggiano "all'Italia agli italiani" - come sempre più spesso, come ormai la maggioranza dei poveri senza volto sia proprio di razza bianca e di casa nostra.

Don Albanesi spazia il suo discorso partendo dal deserto in provincia. Invita le istituzioni pubbliche a dar vita (magari in convenzione, magari in collaborazione) a nuovi punti di accoglienza, nuove mense, nuove case Betesda. Un messaggio è indirizzato anche al comune di Fermo che paga 2 mila pasti su 20 mila: faccia altri sforzi. Una critica al sistema dei servizi sociali: troppo autoreferenziali, troppo disattenti alle nuove estreme marginalità. Un'altra alla burocrazia: casa Betesda è perfetta e certificata, ha una cucina esattamente come quella del Royal: l'albergo a quattro stelle di Casabianca. Insomma: si pretende la stessa cosa da un'opera di carità e da un'impresa. Qualcosa non funziona!

La signora Gina Tonucci aggiunge altro ancora: i servizi sociali ci aiutino a filtrare i nostri ospiti, senza inviarceli indistintamente, ci avvertano: questi hanno problemi di lavoro, questi di casa, questi di cibo...

Che possiamo dire noi infine ai "poveri figli", alle loro scritte, ai loro vaneggiamenti pseudo ideologici? Ricordate che la grammatica prevede l'acca con il tempo presente del verbo avere, nessun'acca invece nella "o" usata congiunzione. Insomma, invece di rompere, in tutti i sensi, andate a lavare i piatti della mensa. Ci sarà pure un vecchio signore che conosce l'italiano meglio di voi. E potrebbe insegnarvelo.

 

 

 

 

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