Scritto da Adolfo Leoni | 03/05/2010 10.25.30 | Categoria: Attualità
La vita ha pulsato nell'opera di Cesare Catà, e lo ha fatto con le sue indubbie contraddizioni.
La storia, in breve. Due giovani si amano, lei resta incinta e vuole portare a termine la gravidanza: c'è una vita che sta prendendo forma e che presto entrerà nel mondo, è qualcosa di grandioso e di stupendo. Lui invece non se la sente di diventar padre, teme di non esserne all'altezza, ha paura che i sogni si infrangeranno una volta per sempre, non vuole offrire una vita grama al suo bambino. Non spinge per l'aborto, ma lo fa intendere come la soluzione più logica.
Intorno, storie che si intrecciano.
Catà entra nell'intimo dei personaggi, ne scopre le contraddizioni: i punti di forza e le debolezze.
Francesco, l'innamorato, che si angoscia per la morte di migliaia di persone nell'attentato delle Torri gemelle, non riesce a capire che anche il concepito è già persona, esattamente come le altre, quelle cadute sotto le macerie dell'undici settembre 2001. Lo tormentano le morti lontane, ma non avverte la tragedia della futura morte vicina.
Beatrice, pur giovanissima, sente che qualcosa di diverso le sta capitando. Quel figlio che le cresce dentro ha una portato enorme non subito riconducibile alla misura umana.
Annarosa è la nonna di Francesco, è di pasta antica, che bada al sodo, al vicino. Non avverte in toto la tragicità delle morti statunitensi, ma avverte quella del possibile aborto.
Glauco, padre di Beatrice, scopre che la moglie lo ha tradito ed è incinta dell'amante. Non vorrebbe più saperne di lei. Appartiene però ad una generazione cresciuta nel rispetto della vita. E per quella vita è capace di perdonare la donna proteggendo il nascituro.
Don Anselmo è prete anziano. Confidente di tutti, non ha nulla del moralista come solitamente vengono dipinti i sacerdoti. Ad ognuno chiede invece il confronto con la propria coscienza, proponendo fede e ragionevolezza insieme. Antico e moderno nel contempo.
Ogni attore della 5^ dimensione esprime una sua connotazione profonda. Bravissimo Lorenzo Roscioli, il regista, con trovate sceniche geniali e gradevoli.
Infine, Li Cucà, i gabbiani, che volano incessanti, che sono dappertutto, che non hanno nido, quindi, non moriranno mai. E Beatrice, che li ha sempre amati, e non ha voluto uccidere il bimbo in grembo, scivola nell'acqua, quasi gentile, quasi volando, per trovare un nido al suo piccolo, un nido altrove e definitivo. Pudore della morte, come solo i giapponesi, come Mishima, cui Catà si ispira, hanno saputo fare.
Torna in mente un haiku di Basho: "Al sole si asciugano i Kimoni. Oh, la piccola manica del bimbo morto".
Bravo, Cesare.
Cesare Catà, Lu nidu de li cucà
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