"E' una storia di vita ma č anche una storia che parla del suo esatto contrario". Aperto il dibattito su Lu Nidu de li Cucā

E' un dilemma, tra dare la possibilità di un respiro, del primo respiro, o negarla. E' una dramma personale che si consuma dentro un dramma più grande, universale. Scuote le coscienze, scuote il cuore, scuote la mente spesso annebbiata da accidenti minori, questo lavoro in vernacolo fermano - sangiorgese di Cesare Catà. L'autore non nasconde nulla agli spettatori ne "Lu nidu de li cucà" e, attraverso i protagonisti di questa storia, li trascina in un turbinio di emozioni, spesso dolorose. Come prendere un pugno nello stomaco. A chi guarda viene quasi voglia di alzarsi e salire sul palco, di intervenire per cambiare le scelte dei protagonisti, di farsi protagonista lui stesso in questa vicenda che tocca, nell'orizzonte della Marca Fermana, la questione sempre aperta dell'aborto. Cesare Catà lo fa con il suo giudizio ma senza pregiudizi, senza mezze verità, nudamente e crudamente, oltre i confini dell'amore carnale, materno, paterno, filiale.

C'è il mare di Porto San Giorgio, che l'autore tanto ama, ma sullo sfondo c'è anche l'11 settembre. Cesare Catà, è più che una certezza, non ha scelto a caso la data da cui far partire la storia che ha voluto portare sul palco. L'intima tragedia che vive la protagonista della storia si sposa perfettamente con quella vissuta, con l'attentato a New York, dalla Civiltà Occidentale. Crollano le Twin Towers degli Usa come crollano le piccole certezze dei due amanti della Marca Fermana. Dopo quell' l'11 settembre nulla è stato più uguale. Negli Usa come però pure nella vita di Beatrice e Francesco.

Ci sono poi tutti gli altri personaggi, ognuno con le proprie caratteristiche, spaccati di via reale che si sovrappongono, si confondono, si uniscono, si contraddicono.

Si piange ma si ride pure, qualche volta anche amaro, davanti ai vizi e alle virtù dei personaggi ( vizi e virtù in cui gli spettatori finiscono spesso per ritrovar sé stessi) che prepotenti emergono durante l'evolversi della vicenda.

L'autore, che sia davanti ai tradimenti, che sia davanti alle confessioni in canonica, che sia davanti ai buoni sentimenti degli amici che si riconoscono nel momento del bisogno non giudica ma lascia gli spettatori liberi di pensare.

Dote rara quella di Catà in un tempo in cui spesse volte la "confezione", che sia essa teatrale ma più facilmente televisiva, è predisposta per distorcere l'opinione sul contenuto.

E' liberamente ispirato al dramma Ai No Fuan di Mishima Yukio il lavoro di Catà ma profuma, intensamente, di Oriana Fallaci. Chi ama la giornalista - scrittore, come Catà tanto la ama, avverte forte l'ispirazione. Per Catà è "lu fetu" per la Fallaci "il bambino" di "Lettera a un bambino mai nato". Due creature che, in tempi diversi, ugualmente non hanno visto la luce del sole. Per ragioni diverse, in un contesto diverso, ma accumunate dallo stesso, profondo, dolore. Un "fetu" e un "bambino" che si assomigliano, specie quando, nel libro come nella storia sul palco, si fanno più profondamente protagonisti. E c'è Oriana Fallaci anche nell'11 settembre 2001, c'è la sua "La Rabbia e l'orgoglio" e il fracasso che ne seguì.

Sarà una "goccia di vita scappata dal nulla" ma, il lavoro di Catà, è sen'altro una goccia destinata a perforare la pietra.


 

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