Scritto da Marco Renzi | 05/05/2010 12.04.31 | Categoria: Cultura
Sono convinto che il testo drammatico "Lu nidu de li cucà", di Cesare Catà, costituisca un'operazione fortemente innovativa nell'ambito del teatro amatoriale che utilizza il dialetto. Ricordo una cosa analoga, pur nelle diecimila diversità e negli altrettanti distinguo, che Euro Teodori, ormai diversi anni fa, fece con il suo Teatro Popolare per Fermo: un "Ehia Ehia" con scenografia del pittore Pierluigi Savini; anche in quel caso, si trattava di uno spettacolo che rompeva con quanto fino ad allora si era visto nel Teatro non professionale.
Ciò che mi ha colpito del lavoro del lavoro di Catà e della compagnia Quinta Dimensione, ciò che credo sia il cuore creativo dell'orma intelligente lasciata, è la maniera di utilizzare il dialetto unitamente alla lingua italiana. Quando i personaggi parlano "in dialetto", lo fanno seguendo i canoni tradizionali del teatro dialettale, con le battute comiche che gli competono, con i riferimenti alle corna, "al sesso", alla vita quotidiana. Poi l'autore fa irrompere in questo contesto "istituzionale" - fatto di preti, di interni familiari, di "zoccole", di primi amori, di edicolanti pettegoli che sanno tutto - una carica drammaturgica inaspettata: una voragine si apre e tutto si centrifuga. Lo spettatore non si aspetta che gli stessi attori possano reggere il vento drammatico che prende a soffiare: momenti profondi, tensione nuove, emozioni. E invece lo fanno. L'alchimia drammatica riesce in questo esperimento. In questo senso, il bel testo del copione è drammaturgicamente coerente, efficace, funzionante.
L'autore è come un paziente sarto che calibra le battute valorizzando le capacità degli attori in campo, mentre la regia fa tesoro dei mezzi tecnici a disposizione. E il tutto riesce, senza fughe nell'impossibile.
Anche se (come nel mio caso) non si condivide il pensiero filosofico dell'autore "sulla vita" (o almeno la parte rigida di quel pensiero, quella vena "intransigente" che non viene detta, ma che sotto batte forte le sue ali), questo non toglie nulla al lavoro drammaturgico di scrittura. Il giudizio in campo etico non scalfisce quello in ambito drammaturgico.
Questo testo fa sedere William Shakespeare alla cantina sangiorgese di "Fica d'oro": un prodotto culturale del genere non si era davvero mai visto.
Molto apprezzabili sono stati gli attori nei vari ruoli, bravi ed equilibrati, in un testo così difficile.
Belle le trovate scenografiche: una volta tanto, una compagnia amatoriale mostra davvero qualcosa di diverso in questo campo.
Così come bello è il movimento del carrello, i controluce dei personaggi, i fermi immagine. Deliziosi i disegni in bianco e nero che davano le diverse ambientazioni. Ottimo, nel complesso, il lavoro alla regia di Lorenzo Roscioli.
Se qualcosa si può appuntare al lavoro, sono solo dettagli tecnici: il volume della musica forse esagerato, che pur mirando a sottolineare un passaggio drammatico in realtà provocava difficoltà di ascolto.
Forse sarebbe stato preferibile e più semplice, in questo senso, avere la regia in sala.
Anche le luci sono apparse un po' deboli: certamente per salvaguardare la retroproiezione; problema che può sempre essere ovviate tramite le cosiddette "alucce" e i fari dati di taglio, che consentono di illuminare una persona senza bagnare il fondale o quello che c'è dietro.
Ma si tratti di pareri, e nulla più, su particolari tecnici, su cui la Compagnia saprà di certo lavorare.
Quello che resta è l'operazione culturale. Una buona operazione culturale.
Cesare Catà, Lu nidu de li cucà
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